Egregio Prof. Fortunato,
mi scuso ancora una volta per il disturbo...
Immagino avrà seguito la travagliata udienza
del processo di Cogne, nella quale l'avv. Taormina ha abbandonato la difesa
della Franzoni e la stessa ha deciso di non prendere più parte al processo.
Durante la puntata di Matrix di ieri sera, non
so se lei l'abbia seguita, c'è stato un confronto tra Di Pietro e Taormina,
insieme ad un'intervista ad Annamaria Franzoni.
Di Pietro ha affermato di non condividere la
strategia processuale di Taormina, per le continue esposizioni mediatiche
della Franzoni, ma soprattutto per i suoi pregiudizi nei confronti dei
magistrati.
Lo stesso Di Pietro, ha invitato la Franzoni a
continuare a partecipare al processo, cercando di difendersi nell'aula del
tribunale, anziché attraverso i media ed ora, anche, grazie alla
pubblicazione del libro..
Ora, non voglio sembrarle cinica, tuttavia mi
viene da pensare che la Franzoni, attraverso il libro, abbia comunque
speculato sulla morte del povero Samuele, se avesse dato in beneficenza il
ricavato della vendita, forse sarei d'opinione diversa.
Di Pietro mi è comunque sembrato una persona
sensata come sempre, ha parlato di un processo indiziario, non ha
assolutamente espresso alcun giudizio sulla colpevolezza o innocenza della
Franzoni, ha solo fatto notare che, con l'arrivo della Satragni, dei vicini
e dei vari soccorritori, la scena del crimine è stata irrimediabilmente
modificata.
Credo che il suo pensiero, leggendola da
alcuni anni, sia in sintonia con quello di Di Pietro..
Scusi se mi sono dilungata, le ho fatto un
riassunto della puntata nel dubbio che non l'avesse vista..
Vorrei chiederle un suo parere: secondo lei
l'abbandono di Taormina e della Franzoni può considerarsi un nuovo "coup de teatre"?
Di Pietro ha affermato che Taormina, avendo
ormai già fornito tutti gli elementi, prenderà comunque parte all'arringa
finale, lei cosa ne pensa?
Non crede che l'abbandono di
taormina/franzoni sia una ulteriore mossa per allungare, ancora una volta, i
tempi del processo?
Un'ultima domanda se mi permette: durante
l'intervista, alla domanda se per caso le fosse mai venuto il dubbio di aver
rimosso il delitto, la Franzoni ha dichiarato che, per amore di Samuele e
per mettersi in discussione, ha più volte pensato se potesse aver realmente
rimosso l'accaduto, giungendo tuttavia a nessuna conclusione..
Ora mi chiedo e le chiedo, sempre da profana,
se la Franzoni si ritiene perfettamente sana di mente, se ricorda ogni
momento di quella terribile mattina, anche se ha cambiato versione dei fatti
più volte, per quale motivo avrebbe dovuto porsi il dubbio di aver
compiuto lei stessa il delitto senza ricordarsene?
La ringrazio infinitamente, anche per le
risposte precedenti e spero anche per quella che verrà.
Un caro saluto
Manuela Colombo
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Gentile lettrice,
mi fa piacere, sapere da lei, che Di Pietro ieri sera a Matrix, ha detto le
stesse cose che io scrivo da anni; ne sono onorato. Tuttavia, la riflessione è questa: un
ex-magistrato (Di Pietro) consiglia ad un altro ex-magistrato (Taormina), di
tornare in aula e confidare nei giudici, perché sanno come valutare le perizie e decidere
con saggezza.
L'avvocato
Taormina (anche parlamentare), sorride sornione e risponde all'avvocato Di
Pietro (anch'egli parlamentare): "Ho svolto 17 udienze prima di
giungere alla decisione di abbandonare il processo e ho sempre visto, che le mie
istanze difensive venivano sistematicamente respinte, mentre quelle dell'accusa
venivano sistematicamente accolte".
Mi pare che sono versioni e culture contrastanti. Entrambi i personaggi, però, "duellano"
dialetticamente in Tv e, ciascuno, a modo suo, manda dei messaggi intelligibili
ai telespettatori. Uno, che i giudici si devono rispettare, anche se sbagliano
(ed io sono d'accordo); l'altro, che il libero convincimento del giudice non è
poi tanto libero, se lascia trasparire la parzialità (e, come non essere d'accordo?).
L'on. Carlo Casini, europarlamentare ed ex giudice della Corte di Cassazione,
presidente onorario di Criminologia.it, sapientemente afferma: "Il giudice deve
non solo essere terzo rispetto le parti del processo, ma anche verso se
stesso. Non solo deve essere imparziale, ma anche apparire come
tale".
Ora, se durante il dibattimento, un giudice si dimostra (quindi, qualcosa in più
dell'apparire) propenso ad accogliere le richieste dell'Accusa e restio ad
accogliere ogni richiesta della Difesa, forse qualche problema che interessa la
criminologia c'è e, quindi, occorre discuterne.
La criminologia ha senso di esistere se riesce a ricordare ai giuristi che il
reo va perseguito per quello che fa, mai per quello che è; figuriamoci
processarlo o condannarlo! Credo che in generale la ragione non sta mai tutta da
una parte ed il torto dall'altra, figurarsi in un processo penale.
Credo che la persona saggia, soprattutto se è un giudice ed è un uomo libero,
deve saper cogliere tutti gli elementi di colpevolezza, ma ancora di più quelli
d'innocenza (perché l'innocenza si presume, mentre è solo la colpevolezza che va
dimostrata) e garantire fino in fondo la legalità, non l'accusa. Quello che io
dico, ovviamente, va ben oltre il processo sul delitto di Cogne.
Credo che quando la dialettica processuale diventa schiava del "Noi contro
Loro", quando un'indagine investigativa si personalizza e finisce con
l'identificarsi con il singolo, quando c'è l'innamoramento della propria tesi,
allora si genera una patologia che mina l'essenza del diritto, giacché deve
avere integro il suo fine umanitario, per il bene dell'uomo.
Ci sono poliziotti o carabinieri che pur trattando con il peggiore dei
delinquenti, riescono a farsi ugualmente rispettare dal delinquente e ricevere
persino i complimenti dopo la cattura.
Il capitano del carabinieri Marco Capparella, che insegna nei nostri corsi di
scienze criminali, afferma: "Dobbiamo trattare con rispetto le persone,
soprattutto quando capiamo che sono più deboli di noi".
Credo che questo è un insegnamento di civiltà e d’alta professionalità, a cui
tutti, professori, giudici, avvocati, periti... ci dovremmo inchinare e trarne
insegnamento.
Un carabiniere o poliziotto rispettoso è un carabiniere o poliziotto rispettato; allora perché non
dobbiamo avere anche giudici rispettosi, avvocati rispettosi e così via?
Diceva Piero Calamandrei: “Il segreto della
giustizia sta in una sua sempre maggiore umanità, e in una sempre maggiore
vicinanza umana tra avvocati e giudici nella lotta comune contro il
dolore: infatti, il processo, e non solo quello penale, di per sé è una
pena, che giudici e avvocati debbono abbreviare rendendo giustizia".
Detto ciò, mi auguro che l'avv. Taormina ritorni in aula, ma mi auguro anche,
che i giudici siano rispettosi anche verso il peggior delinquente, figuriamoci
verso un avvocato. Altrimenti il rischio è che avremo mille avvocati, che, come
Taormina, alzano i tacchi e se ne vanno, allora la patologia diventerà un tumore,
in seno alla democrazia.
Sul profilo della malattia mentale, a parte che ne contesto i termini,
perché sono in conflitto per essenza (si ha la malattia dei reni, del fegato, ma
non della mente, che è un’entità astratta e non esiste); tuttavia, mi limito a
dire: una qualunque perizia, dovrebbe accertare se l’imputato è (o no) capace di
intendere e volere, prima che commetta il delitto e non dopo; perché se
ti uccidono un figlio e non sei "matta" (mi passi il termine improprio) rischi
di diventarlo perché te lo hanno ucciso, non perché già lo eri. La conditio sine
qua non è nel post-delictum, non ante delictum! Tuttavia, per capire questo, forse a scuola bisogna
studiare un po' di più; altrimenti non mi spiego tante perizie prive di logica,
in sostanza sul nulla (anche se, il nulla, non è argomento da poco, perché i
filosofi ci hanno discusso per secoli). Per non pensare al fatto che una sola
perizia sul cogne-bis (altro problema dentro il problema), quella dove è stata
chiamata l'FBI, è costata 500 mila euro!
Cordialità. |