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La perizia psichiatrica su
Anna Maria Franzoni, eseguita dai periti per conto della Corte d'Assise
di Torino, ipotizza una 'seminfermità transitoria',
cioè esistente solo al momento del fatto. Questa perizia dimostra tutta
l'ascientificità della psichiatria forense.
Nel campo scientifico si parte
da un'ipotesi che deve poi
trovare conferma o smentita
nell'evidenza empirica. In
questo caso, i periti si sono
collocati fuori dalla
metodologia
scientifica, giacché
hanno acquisito dati senza
eseguire la verifica con l'esame
diretto dell'imputata.
Analizzare l'imputata tramite i
filmati TV o il sentito dire o
il parere di altre persone a
ritroso, significa andare
incontro ad errori grossolani,
sul piano metodologico. E' come
se, fatte le debite proporzioni
tra soggetto ed oggetto, per
stabilire se un orologio venduto
in un'asta televisiva è oro
oppure è una patacca, il perito
lo valutasse solo attraverso il
video e il parere di chi l'ha
visto, senza cioè mai toccarlo,
osservarlo lui, direttamente,
nella realtà. Che responso
"scientifico" sarebbe? Via!
Ora, finché siamo nel campo
degli oggetti passi pure
l'errore grossolano, ma nel
campo forense della psichiatria
si instaura un meccanismo
pericoloso socialmente, giacché
con questa logica di fare la
perizia su tutto, nessuno di noi è al riparo da una diagnosi
distruttiva della personalità:
sia perché la psichiatria, per
sua natura, ha il vizio di
psichiatrizzare tutto (nel suo
DSM-IV, per esempio, incasella
centinaia di disturbi mentali
che ad ogni nuova edizione
aumentano e mai diminuiscono, e,
alla fine, classifica anche
quelli non inquadrabili, sotto
la voce "Disturbi Non Altrimenti
Classificabili"!) sia perché non
riesce a restituire
l'incartamento al giudice,
quando il quesito chiede di
affermare l'impossibile.
Questo è un limite storico della
psichiatria, giacché già con il
Nazismo non si rifiutò di
teorizzare il mito della razza
superiore, come mito biologico.
In questa perizia sulla
Franzoni, tutto induce a pensare
che si è scelto di optare per una
metodologia del risultato
(anziché del metodo), ossia, una
volta che il perito, a priori,
si è fatto l'idea che l'imputato
è colpevole (o innocente), poi
cerca una strada per dimostrarlo
in perizia! Ma come si fa a
rispondere al quesito senza
l'esame dell'imputata? Venendo
meno ciò la ricerca può giungere,
al massimo, al risultato
preconclusivo del metodo della
funzionalità della ricerca, ma manca il passaggio
successivo, ossia la
verifica del risultato, che
avviene, appunto, con l'esame ed
il colloquio dell'imputata.
La TV, poi, è l'arte
della finzione per eccellenza, perché racchiude in sé tre arti della
finzione: recitazione, fotografia e pittura. I testimoni che, a vario
titolo, vengono ascoltati a
distanza di tempo e, comunque,
post-delitto, quanto (in
perfetta buona fede) ricordano
oggettivamente e quanto è invece
frutto dell'immaginazione,
ingigantendo o sminuendo i
propri ricordi sulla base
d'influenze intrinseche
(pregiudizi, bassa autostima,
mania di protagonismo, desiderio
di notorietà, errori cognitivi,
ecc.) ed estrinseche (grancassa
mediatica, attesa dei giudici,
stereotipi, ecc.)?
In senso generale ed astratto,
bisogna dire, che non è
possibile fare perizie anche sul
nulla, senza sentire il dovere
deontologico (se non si sente il
rigore scientifico) di
restituire l'incartamento,
spiegandolo con cognizione di
causa al giudice. A ciò possiamo
aggiungere, sempre a livello generale,
che l'attività peritale, oltre
alla competenza del ragionamento scientifico (che deve sommarsi alla
competenza nel proprio settore professionale), necessita anche di un
codice
deontologico forense
condiviso, e di norme
che garantiscano l'indipendenza
del perito, oggi, nel processo, tirato dalla
giacca un po' di qua e un po' di
là, quando, addirittura, non
viene fatto oggetto di querele,
proprio come col tiro al piccione. |