Il
Gip, dott. Fabrizio GANDINI
Visti
gli atti del procedimento penale iscritto ai numeri sopra
emarginati, nel quale è persona sottoposta alle indagini:
FRANZONI
Annamaria, nata a San Benedetto Val di Sambro il giorno
23.08.1971, residente in Cogne (AO) frazione Montroz
località Caouz nr 4/a e 4/b, difesa di fiducia dal Prof.
Avv. Carlo Federico Grosso del Foro di Torino.
p.s.i.
per
il delitto previsto e punito dagli articoli 575 e 577
comma 1. Nr. 1 c.p. perché colpendo alla testa il proprio
figlio Samuele Lorenzi di anni tre con numerosi e ripetuti
colpi, ne cagionava la morte.
Con
l’aggravante di aver commesso il fatto in danno del
figlio di anni tre.
In
Cogne (AO) il giorno 30.01.2002.
Vista
la richiesta di applicazione della misura della custodia
cautelare in carcere in danno dell’indagata, depositata
dal P.M. in data 7.03.2002;
vista
la memoria e l’allegata relazione tecnica depositata
dalla difesa dell’indagata in data 11.03.2002.
OSSERVA
PREMESSA
"30
GEN 2002, ORE 91.0 CIRCA IN Cogne (AO) frazione Montroz
4/a Franzoni Annamaria, nata San Benedetto Val di Sambro
(BO) 23.08.1971, residente citata località Habet
rinvenuto in camera letto propria abitazione, corpo figlio
Lorenzi Samuele, nato Aosta 12.11.1998, con trauma cranico
con verosimilmente lesioni natura da determinare".
Così
il fonogramma inviato alla procura della repubblica della
Compagnia Carabinieri di Aosta nel pomeriggio, dello
stesso giorno. Dopo una complessa attività di indagine,
durata 36 giorni, il Pubblico Ministero scioglie il dubbio
sulla natura delle lesioni riportate dal piccolo Samuele:
esse non sono dovute a cause accidentali, organiche o
all’opera di un animale, ma sono il risultato della
azione dolosa e consapevole di una persona. Questa persona
è la madre di Samuele, Annamaria Franzoni. A suo carico,
secondo la tesi del Pm, gravano una serie di indizi in
grado di rappresentarne la colpevolezza con ragionevole
probabilità nonostante due lacune dell’impianto
accusatorio, allo stato non colmate: non è stata
ritrovata l’arma del delitto e non risulta il movente
dell’azione delittuosa.
La
tesi del Pm trova pieno riscontro nei fatti accertati,
quantomeno con riferimento al grado di certezza richiesto
dall’art. 273 c.p.p. per l’applicazione di una misura
cautelare personale. La verifica dell’enunciato fattuale
allegato dal Pm si traduce, di conseguenza, nella verifica
della ipotesi di spiegazione dei fatti dello stesso
prospettata. Lungi dall’affidarsi ad una spiegazione
intuitiva dell’accaduto, non immune da vizi logici e
pregiudizi emotivi, il metodo da impiegare è quello
proprio delle scienze sperimentali, con i necessari
aggiustamenti richiesti dalla particolarità della materia
in esame. Ed allora, occorre formulare una serie di
ipotesi alternative di spiegazione dei fatti, dando poi la
preferenza a quella ipotesi che, meglio delle altre, è in
grado di fornire un senso complessivo ai fatti, orientando
in modo univoco tutti i singoli indizi raccolti.
Nel
caso di specie questo significa che oltre alla ipotesi di
spiegazione dei fatti prospettata dal Pm dovranno essere
vagliate delle ipotesi alternative nelle quali
l’indagata non risulti responsabile e comunque autrice
dei fatti a lei addebitati. La scelta tra le varie ipotesi
sarà poi determinata dal criterio stabilito dall’art.
273 c.p.p..
IL
FATTO: OMICIDIO
Alle
ore 8:28:17 del 30.1.2002 Annamaria Franzoni chiama il 118
di Aosta dicendo all’operatrice Nives Calipari che il
proprio figlio vomita sangue dalla bocca. Alle ore 8:41
viene inviato un elicottero per prelevare il paziente;
l’elicottero giunge in loco verso le ore 8:51-8:52. Sul
posto già si trovano – oltre alla madre di Samuele –
la psichiatra Ada Satragni, che ha tentato di prestare le
prime cure al bambino, detergendo le ferite e
praticandogli una iniezione di cortisone, il suocero di
questa Marco Savin, la vicina di casa Daniela Ferrod ed
alcune persone che si trovano a passare nei paraggi e che
vengono attirate dal movimento che turba la altrimenti
tranquilla routine della frazione Montroz di Cogne. Il
medico di servizio a bordo dell’elicottero, Leonardo
Iannizzi, trova il piccolo Samuele in condizioni esiziali
all’esterno dell’abitazione dei coniugi Lorenzi. Il
suo corpo è stato portato fuori dall’abitazione, dalla
stessa Satragni, su precisa indicazione diAntonello
Pifferi, operatore al servizio del 118 di Aosta.
All’esame obiettivo la situazione si presenta disperata.
Sul capo del bambino risulta con evidenza una profonda
ferita dalla quale fuoriesce materia cerebrale. Il bambino
risulta in stato comatoso terminale. Il dott. Iannizzi
tenta comunque le pratiche di pronto soccorso inserendo
una cannula nel cavo orale del piccolo Samuele onde
evitare la retroflessione della lingua e somministrandogli
dell’ossigeno. Alle ore 9:19 il bambino viene caricato
sull’elicottero , dove continuano i tentativi di
rianimazione. Il piccolo Samuele giunge in Ospedale alle
ore 9:47 in "codice GCS 3". Alle ore 9.55 il
dott. Bellini del Pronto Soccorso di Aosta ne constata il
decesso per: "trauma cranico maggiore con ferite di
verosimile natura da punta e taglio regione frontale
destra e regione frontale orbitaria sinistra e regione
parietale destra e sinistra, con sottostanti sfondamenti
ossei e pluriframmentazioni ed affossamento delle ossa
frontale e parietale destra e sinistra, con perdita di
sostanza parenchimale cerebrale".
All’esame
autoptico vengono rilevate 17 ferite lacero-contuse al
capo, distribuite in regione fronto-parietale
bilateralmente. La causa della morte viene quindi
determinata dal Prof. Viglino consulente tecnico del PM,
in trauma cranico aperto con edema cerebrale acuto.
Una
prima serie di ipotesi alternative può essere esclusa
sulla scorta di questa consulenza. La causa della morte in
considerazione del numero della localizzazione e della
natura delle ferite può, senza alcuna ombra di dubbio,
essere imputata all’azione dolosa di un terzo. Restano
escluse le ipotesi del gesto anticonservativo, della causa
accidentale/organica e della aggressione da parte di un
animale. Samuele è morto, qualcuno l’ha ucciso.
3.1
LA SCENA DEL DELITTO. RILIEVI ESEGUITI.
Quando
arriva sul luogo l’elicottero del 118 il dott. Leonardo
Iannizzi, medico di servizio si accorge subito che c’è
qualcosa di strano, e che le lesioni riportate dal piccolo
Samuele sono del tutto incompatibili con la assurda
diagnosi di aneurisma cerebrale, prospettata da Ada
Satragni. Su sua indicazione, Elmo Glarey chiama i
carabinieri.
Alle
ore 09:06 del giorno dell’omicidio il Comandante della
Stazione Carabinieri di Cogne, una volta ricevuta la
chiamata da Elmo Glarey, allerta la centrale operativa del
Comando Gruppo Carabinieri di Aosta, riferendo in merito
all’intervento compiuto dal 118.
Alle
ore 10.00 viene eseguito un primo accertamento urgente
sullo stato dei luoghi. Giova rilevare che l’abitazione
dei coniugi Lorenzi si trova nella frazione Montroz del
comune di Cogne, dopo circa 2 km sulla strada comunale che
collega Cogne alla frazione di Gimillan, al termine di una
stradina della lunghezza di circa 250 metri che si dirama
dalla strada principale. La villetta è strutturata su 4
livelli: il piano cantina ed il garage, interrati, il
piano seminterrato adibito a zona notte, ove si trovano le
camere da letto dei coniugi Lorenzi e dei piccoli Davide e
Samuele, il piano terra, adibito a zona giorno ed un
livello mansardato.
All’esterno
dell’abitazione vengono rinvenute numerose tracce
ematiche attribuibili al fatto per il quale si procede.
L’interno dell’abitazione viene immediatamente
descritto per mezzo di riprese cinematografiche.
Dalle
dichiarazioni rese dalla indagata , da Ada Satragni e da
Daniela Ferrod – del tutte concordi ed almeno in questa
parte integralmente attendibili – si apprende che il
corpo del piccolo Samuele si trovava, al momento del suo
rinvenimento, nella camera da letto dei genitori, sita al
piano seminterrato dell’abitazione. In particolare ,
come può anche evincersi dalle fotografie scattate
all’interno di tale camera, il corpo era posizionato
nella parte alta del letto, sulla sinistra (dal punto di
vista da chi l’osserva dal fondo), con il capo
appoggiato sul cuscino.
Dalla
consulenza tecnica redatta dal Prof. Viglino,
dall’assenza di ipostasi sul cadavere e comunque
dall’assenza in altri luoghi della casa di significative
tracce ematiche, si può desumere che l’omicidio sia
stato consumato all’interno della camera da letto dei
coniugi Lorenzi. In particolare può ritenersi che la
vittima sia stata attinta dalla ripetuta e violenta
scarica omicida mentre si trovava nel letto matrimoniale,
in posizione supina sulla parte sinistra (per chi guarda).
Ciò è confermato anche della presenza di una estesa
chiazza ematica, con frammenti ossei e materia cerebrale,
proprio sul cuscino e sulla zona sottostante del materasso
in quella parte del letto. A riprova , per quanto riguarda
gli altri locali posti all’interno dell’abitazione dei
coniugi Lorenzi "in tutto lo stabile non abbiamo
notato tracce evidenti di avvenuta collutazione o segni
comunque riconducibili ad episodi violenti".
Risultano tracce ematiche anche sul lenzuolo, sul piumone
sull’abatjour e sulla parte di muro alla sinistra del
letto sulla tastiera e sul muro retrostante la spalliera
del letto, sul muro e sul comodino posti alla destra del
letto ed addirittura sul soffitto, in prossimità della
lampada ubicata al centro dello stesso. Infine sono state
trovate alcune tracce ematiche anche sul calorifero
ubicato sopra la finestra e sulle tende della finestra
stessa.
Di
conseguenza possono escludersi anche tutte quelle ipotesi
alternative che postulano la consumazione dell’omicidio
in altri locali della casa, o addirittura al suo esterno.
La
scena del delitto, si presenta – dalla visione delle
fotografie allegate al fascicolo – sostanzialmente
ordinata. L’arredamento e le suppellettili appaiono in
ordine e non interessati dall’azione aggressiva
esercitata sul solo corpo del piccolo Samuele. Non vi sono
segni di confusione, o di collutazione. Non risulta essere
stato sottratto nulla dalla camera. Tutto è in ordine ,
salvo le vistose chiazze ematiche presenti sul letto e nei
suoi dintorni. L’orrore ha risparmiato le cose e si è
sfogato unicamente sulla persona.
L’azione
con evidenza, ha per obiettivo esclusivo la soppressione
della vittima.
In
occasione degli accertamenti tecnici sono stati eseguiti
due sequestri, che rivestono particolare importanza al
fine della ricostruzione dei fatti. Nell’angolo
inferiore sinistro del letto (per chi guarda ) è stato
trovato un pigiama femminile di colore azzurro con disegni
a fantasia. In particolare la maglia è stata ritrovata al
rovescio tra il lenzuolo ed il materasso. I pantaloni del
pigiama sono invece stati ritrovati sul lato diritto tra
le falde del piumone, in parte ripiegato su se stesso al
momento del rinvenimento.
Nella
zona giorno sita al piano terreno poste nel disimpegno che
dà accesso al bagno, sono state rinvenute un paio di
ciabatte in plastica di colore bianco appartenenti
all’indagata. Anche tali ciabatte sono state sequestrate
siccome presentavano delle tracce ematiche sulla suola.
Infine
è stato accertato il tempo di percorrenza tra
l’abitazione dei Lorenzi e la fermata dello scuolabus,
simulando l anormale andatura di una donna con un bambino:
3 minuti e trenta secondi per andare alla fermata e 3
minuti e dieci secondi per rientrare in casa.
Dalle
fotografie eseguite presso la camera mortuaria di Aosta si
desume un’altra circostanza di fatto. La mano sinistra
della piccola vittima riporta sulle prime falangi delle
dita indice e medio, alcune ferite lacero-contuse. Dalla
natura della lesione e dalle altre considerazioni espresse
nella relazione del Prof. Viglino, si può sicuramente
affermare la priorità temporale di tali ferite rispetto a
quelle inferte sul capo della vittima. In altre parole
Samuele, prima di essere stato colpito al capo è stato
colpito alla mano sinistra, mentre cercava di difendersi.
Ne consegue che Samuele, seppur quando ormai era troppo
tardi, ha visto il proprio assassino. Inoltre, siccome il
corpo del bambino non risulta essersi spostato dal luogo
in cui si trovava, delle due l’una: o Samuele è stato
colpito mentre dormiva, ma ciò è escluso per la presenza
della ferita da difesa sulla mano; oppure si deve ritenere
che è stato colpito mentre era sveglio e allora, non
essendosi mosso, deve ritenersi che Samuele
"conoscesse" l’assassino, e che non si
aspettasse nessuna azione violenta da parte di questa
persona. In questo senso, si può affermare che la
posizione del cadavere di Samuele parla.
A
questo punto le conclusioni certe ed incontrovertibili che
possono essere desunte dall’accertamento oggettivo dello
stato dei luoghi e dalla relazione di consulenza tecnica
del Prof. Viglino sono quattro:
Il
piccolo Samuele è stato ucciso;
L’omicidio
è avvenuto all’interno della camera da letto dei
coniugi Lorenzi;
La
vittima non stava dormendo quando è stata uccisa, perché
ha cercato di difendersi. La vittima ha avuto modo di
vedere, seppur per qualche istante, il proprio assassino;
Samuele
conosceva l’assassino e si fidava di lui.
3.2
SEGUE: LE DICHIARAZIONI DELLE PERSONE INTERVENUTE SULLA
SCENA DEL DELITTO
Dopo
le cose, le persone. Sul luogo del delitto – prima
dell’apposizione dei sigilli – intervengono molte
persone. Il corpo del povero Samuele viene ritrovato dalla
madre, dopo che questa è uscita per accompagnare allo
scuolabus l’altro bambino, Davide. Alla scoperta del
corpo seguono le richieste di aiuto. Prima alla vicina
Daniela Ferrod, che si trova sul balcone della propria
abitazione. Poi, per mezzo del telefono, alla Dott.ssa Ada
Satragni (08:27:30), al 118 (08:28:17) ed infine al marito
(08:29:26), chiamato non direttamente ma per mezzo della
segretaria.
Occorre
sin d’ora rilevare che l’arrivo dei soccorritori
determina un irreversibile mutamento della scena del
delitto: il corpo del bambino viene spostato dal letto e
portato all’esterno dell’abitazione. La posizione in
cui si trovava il corpo del piccolo Samuele al momento
dell’aggressione può essere desunta unicamente sulla
scorta delle dichiarazioni rese dalle sole tre persone che
ebbero modo di vedere il corpo ancora nel letto:
l’indagata, Daniela Ferrod ed Ada Satragni.
Vediamo
quindi di ricostruire la scena del delitto quale essa si
presentava alle persone che il giorno dell’omicidio sono
entrate nella camera da letto dei coniugi Lorenzi.
Annamaria
Franzoni dichiara che dopo aver portato il figlio maggiore
alla fermata dell’autobus: "sono tornata a casa
velocemente ho aperto la porta ho ritrovato la mia borsa
per terra dove l’avevo lasciata con il portafoglio sono
scesa di sotto da Samuele ed ho visto che si era girato a
pancia in su e tirato la coperta sopra il capo. Ho creduto
che volesse giocare a nascondino come era solito fare con
il fratello quindi ho tirato giù la coperta e l’ho
visto in un lago di sangue che respirava affannosamente ed
era pallido. A quel punto ho iniziato a chiamarlo ho
sentito che respirava (…) dopo aver tirato giù le
coperte ed aver scoperto la pozza di sangue dove si
trovava Samuele ho guardato ed ho iniziato a vedere che
c’erano chiazze di sangue dappertutto". Indi nella
rapida successione di pochi minuti, intervengono sulla
scena del delitto anche Daniela Ferrod e Ada Satragni.
La
Ferrod dichiara di essere stata chiamata, tra le ore
8:25-8:30 circa, dalla Franzoni. L’indagata le dice che
Samuele perde sangue dalla testa, e poi rientra nella
propria abitazione passando dalla porta-finestra del piano
terra. La Ferrod entra in casa dei Lorenzi e descrive la
scena del delitto nei termini che segue: "Sono
entrata in camera da letto quella di Annamaria e Stefano
ed ho visto il bambino Samuele era supino sul letto, con
indosso il pigiama, con tutta la faccia e la testa piena
di sangue (…) ho notato che c’era del sangue sulla
parete dietro il letto. Il bambino aveva la testa sul
cuscino ed era scoperto, sentivo che si lamentava emetteva
dei suoni, apriva e chiudeva gli occhi. Ha poi precisato
che "Samuele era disteso sul letto matrimoniale in
posizione supina sulla parte sinistra del letto
guardandolo dalla finestra, e si presentava con il viso
coperto di sangue. Il bambino indossava il pigiama ed era
completamente scoperto almeno sino alle ginocchia, non
ricordo se proprio fino ai piedi. Il piumone che copriva
il letto si presentava scostato sulla parte destra del
letto matrimoniale, sempre secondo la mia visuale".
A
questo punto fa il suo ingresso nella vicenda Ada Satragni.
Già alle ore 8:27:30 l’indagata la chiama a casa,
richiedendo il suo aiuto. La conversazione dura
complessivamente 65 secondi. Tuttavia la prima persone a
vedere il corpo del piccolo Samuele, dopo la madre, è
stata la Ferrod. Quando la Ferrod entra nella camera da
letto, la Franzoni le dice subito di andare a chiamare la
Satragni: "Annamaria era in piedi vicino al letto;
aveva le mani lungo i fianchi e non toccava il bambino.
Era lì che guardava il bambino, non piangeva, forse era
sotto shock e mi diceva di andare a chiamare Ada, la
dottoressa Satragni, che abita lì vicino perché venisse
subito".
La
Ferrod abbandonata quindi la casa dei Lorenzi e si dirige
verso casa della Satragni. Tuttavia mentre si reca verso
l’abitazione di quest’ultima si accorge che la
Satragni sta già arrivando verso la casa dei Lorenzi, con
la sua autovettura, accompagnata dal suocero Marco Savin.
Entra
quindi in scena la Satragni. La Franzoni nel corso della
concitata conversazione delle ore 08:27:30 le ha detto:
"Di andare immediatamente a casa sua, di fare
prestissimo perché c’era Samuele che stava perdendo
sangue dalla bocca, tanto sangue" esclamando subito
dopo "gli sta scoppiando il cervello oppure gli è
scoppiato il cervello".
La
Satragni entra quindi nell’abitazione dei Lorenzi ,
sempre accompagnata dal suocero, e: "appena giunta ho
trovato il bambino collassato in una pozza di sangue con
una ferita importante a livello dell’osso frontale sulla
parte destra, una lesione molto importante aperta da cui
usciva della materia cerebrale e altre piccole lesioni
sulla parte alta del viso".
Successivamente
la Satragni ha ulteriormente precisato la descrizione
della scena del delitto:
"Dopodiché
prestavo le prime cure del caso al bambino. Lo stesso si
presentava disteso sul letto, supino immobile e gemeva
sommessamente ed era parzialmente coperto, non ricordo se
era coperto fino all’inguine o fino alla cintola, quello
di cui sono certa era che il tronco dallo sterno all’insù
era visibile e indossava il pigiama. Il viso era
completamente imbrattato di sangue, il cranio era
imbrattato di sangue, erano visibili di primo acchito due
importanti ferite aperte, una sulla fronte a livello del
lobo frontale del cranio da cui emergeva la massa
cerebrale e l’altra a sinistra con partenza all’occhio
sinistro e diretta verso l’alto con tendenza a portarsi
verso il lobo frontale di sinistra, (…). Ho
successivamente avvicinato al bordo del letto il bambino
per poterlo avere più vicino a me ed ho chiesto alla
madre di fornirmi una bacinella con dell’acqua ed un
fazzoletto per poter liberare il volto del bambino dal
sangue (…) resami conto che l’acqua della bacinella
che avevo usato per sciacquare il fazzoletto era
eccessivamente sporca di sangue sono andata nel bagno
accanto alla camera in cui era il bambino ho vuotato la
bacinella nel wc, non ho tirato l’acqua ed ho riempito
nuovamente la bacinella con dell’acqua pulita (…). A
questo punto decido di portarlo all’esterno chiedo alla
madre un cuscino ed una coperta per poter appoggiare e
coprire il piccolo (…) allestita questa sommaria barella
sollevo da terra il bambino e a braccia lo porto
all’esterno sull’angolo dell’abitazione più
prossima all’elicottero. Durante questo trasporto il
bambino perde sangue delle ferite, avviene il
gocciolamento e chiedo alla madre di aiutarmi a tamponare
le ferite. Con l’intervento della Satragni, la scena del
delitto viene radicalmente alterata. Infatti, come abbiamo
visto, la psichiatra pulisce il viso del bambino, ne
maneggia il corpo prestando i primi soccorsi e poi lo
trasporta all’esterno dell’abitazione, su richiesta
del 118.
Nel
frattempo arriva sul luogo l’elicottero del 118. Il
dottor Leonardo Iannizzi, medico di servizio, descrive così
la scena del delitto: "Il bambino si trovava poggiato
a terra sopra il marciapiede antistante casa, sopra un
cuscino ed avvolto da una coperta. La dottoressa al mio
arrivo scopriva una ferita sulla fronte del bambino che
aveva provveduto a tamponare. Sono rimasto sconvolto dalla
lesione, questa aveva bordi: netti, era ampia e si vedeva
materia cerebrale fuoriuscire (…) entravo allora in casa
e raggiunta la camera da letto mi trovavo davanti una
scena impressionante, vi erano spruzzi di sangue sulla
parete del capezzale del letto che continuavano sul
soffitto. Il letto stesso era ampiamente sporco nella zona
centrale. Sullo stesso letto, lato destro entrando nella
stanza, vi era una bacinella per i panni rotonda con
all’interno dell’acqua rosa sicuramente mischiata a
sangue".
Nella
camera da letto, dopo l’arrivo dell’elicottero, entra
anche Vito Perret, residente nei pressi: "Io ricordo
che vi era il letto sporco di sangue ed anche i muri, il
pavimento ed il soffitto erano pieni di macchie
ematiche". Ma il Perret accede nuovamente alla camera
anche dopo la partenza dell’elicottero, insieme alla
Satragni: "La dottoressa Satragni mi chiedeva se
l’accompagnavo a riprendere la propria borsa che aveva
lasciato in camera da letto. Io entravo nella casa
dall’ingresso principale e cioè quello sito al primo
piano dello stabile, quindi unitamente alla dottoressa
sono sceso in camera da letto ed a quel punto il sanitario
prelevava una borsa che conteneva dei medicinali e
l’altra quella che conteneva il materiale da pronto
soccorso (…) ricordo che la dottoressa Satragni quando
ha ripreso le sue borse si è fermata nel bagno sito
vicino alla camera da letto dove è stato trovato il
bambino, per lavarsi le mani".
Anche
Alberto Enrietti, dopo aver visto l’elicottero
atterrare, entra nella camera da letto: "sono entrato
anch’io nella stanza dove dormiva il bambino e ho visto
che c’era sangue sul cuscino, sulla parete a mo' di
spruzzo e poi materiale che sembrava vomito e invece la
dottoressa diceva essere stata materia cerebrale. La mamma
era disperata e diceva che a Samuele era esplosa la
testa".
Ma
non è finita qui. Nella camera da letto entrano anche le
altre persone che fanno parte dell’equipaggio imbarcato
sull’elicottero del 118.
La
guida alpina di servizio a bordo dell’elicottero Ivano
Bianchi riferisce che "in attesa che il medico
terminasse di medicare il bambino entravo in casa per
verificare cosa fosse successo effettivamente e chiamare
il centro operativo attraverso la radio in dotazione
affinché chiamasse i Carabinieri. Mentre entravo la madre
mi ha seguito ed allora, per non farmi sentire da lei sono
entrato nel bagno e da lì ho fatto la chiamata. Per
andare nel bagno sono passato attraverso la camera da
letto e la mia attenzione veniva attirata dal letto che si
presentava cosparso di sangue, me sembra anche con della
materia cerebrale sulle lenzuola. Ho notato una striscia
di gocce di sangue che da metà del letto, lato sinistro
entrando dall’esterno, andavano verso la porta che
dall’interno della camera accede alla casa. Ricordo un
tappeto verde sul pavimento del bagno, mi sembra un
scendidoccia, non disteso ma come mosso dal passaggio di
qualcuno. Nella camera da letto c’era sangue un po’
dappertutto".
Elmo
Glarey, guida alpina del luogo che coordina le operazioni
di atterraggio del velivolo riferisce che: "Io sono
entrato nella camera appena un passo dentro e notando
sangue sul letto sul soffitto, sul muro e mi sembra anche
sulla tenda ho pensato che fosse successo qualcosa di
strano, quindi sono uscito e ho chiamato con il mio
cellulare la Stazione dei Carabinieri di Cogne".
Da
questo momento si scontrano due spiegazioni dei fatti
radicalmente diverse tra di loro. Mentre l’indagata ed
Ada Satragni continuano ad attribuire il fatto a cause
naturali (aneurisma, esplosione della testa, tutto è
possibile per chi crede) i soccorritori del 118 –
Iannizzi, Glarey e bianchi – si rendono conto, una volta
entrati nella camera da letto, che è successo qualcosa di
strano, sicuramente non imputabile a cause naturali.
Tant’è che su indicazione dello Iannizzi – il Glarey
chiama i Carabinieri.
Dopo
la partenza dell’elicottero, all’interno
dell’abitazione entrano nuovamente la Franzoni il marito
la Satragni ed altre persone ancora. La Ferrod e Stefano
Lorenzi, in particolare, vanno nella camera da letto; la
Ferrod chiude la porta-finestra che dà sul prato.
A
questo punto i coniugi Lorenzi sono in partenza per
l’ospedale di Aosta: "In quella circostanza
Annamaria mi diceva di tenere le chiavi di casa (…) dopo
aver preso le chiavi, siccome la dottoressa Satragni ha
detto di aver dimenticato la borsa all’interno della
casa, restituisco le chiavi ad uno dei presenti, non
ricordo chi, dopo di che scendevo le scale esterne e
ritornavo a casa dai miei figli".
Sulla
base dei fatti sopra esposti si possono trarre , con
ragionevole certezza, alcune conclusioni utili per la
ricostruzione dei fatti:
La
Franzoni resta da sola sul luogo del delitto con il
cadavere per circa quattro-cinque minuti tra la scoperta
del corpo e l’arrivo della Ferrod;
La
Franzoni dispone inoltre di un altro lasso temporale più
breve, tra l’uscita di casa della Ferrod e l’arrivo
della Satragni;
Dopo
l’arrivo della Satragni ed il suo intervento sul corpo
del bambino la scena del delitto è irreversibilmente
mutata;
Tra
la partenza dell’elicottero e l’arrivo dei Carabinieri
trascorre un ampio lasso temporale, valutabile in quaranta
minuti circa, durante il quale la scena del delitto è
liberamente accessibile a tutti.
4.1
L’ORA DEL DECESSO
Allo
stato degli atti deve affermarsi che non sussistono
elementi sufficienti per accertare con precisione l’ora
ed il minuto del decesso. Essa può essere determinata,
con qualche approssimazione, solo per eccesso, da un certo
momento temporale (08:32 circa) ed a ritroso. Purtroppo,
tenuto anche conto della natura e della entità delle
lesioni riportate dalla vittima, un certo margine di
errore resta ineliminabile. Ciò, del resto, è del tutto
conforme alle acquisizioni della scienza tanatologica. La
morte invero, non viene mai considerata un semplice
evento, ma un vero e proprio processo, un susseguirsi di
fenomeni che determinano la perdita della vita per la
cessazione delle funzioni vitali ed in particolare,
dell’attività nervosa, cardiocircolatoria,
respiratoria. La cessazione di una di queste attività
determina – in breve termine – l’inibizione delle
altre, se nel frattempo non vengono intraprese manovre di
tipo rianimatorio. In ogni caso, vi è sostanziale accordo
nella comunità scientifica nel ritenere i segni
fondamentali che consentono di affermare la morte di una
persona: la perdita della coscienza la perdita della
motilità e la perdita dei riflessi e della sensibilità.
Nel
caso di specie si verifica una apparente divergenza tra
quanto riferito dalle persone intervenute sul luogo e le
conclusioni rassegnate dal consulente. Peraltro come
vedremo in seguito tale divergenza sembra trovare
ragionevole spiegazione nelle argomentazioni prospettate
dal prof. Viglino.
Dopo
aver esaminato le dichiarazioni dei sanitari che hanno
avuto occasione di visitare il piccolo Samuele nella
mattinata del 30.01.2002 nonché dai riscontri obiettivi
del referto autoptico, il consulente ha così concluso:
"Si può tranquillamente affermare che la morte sia
ragionevolmente intervenuta qualche attimo prima o nel
contesto dell’inizio dei soccorsi in quanto le
condizioni del piccolo che sembrano trasparire dalle
dichiarazioni sono quelle di un paziente in condizioni
terminali di morte clinica sottoposto a manovre di tipo
rianimatorio con conseguenti possibili fenomeni di
reminiscenza". Più in particolare, secondo le
condivisibili argomentazioni del consulente, il piccolo
Samuele era già deceduto (id est: morte clinica) al
momento in cui ebbe a visitarlo la Satragni, persone che
per prima prestò i soccorsi alla vittima. Samuele muore
prima dell’arrivo della Satragni. Dai verbali di s.i.t.
rese nel corso del procedimento dalla Satragni e dal
suocero Marco Savin, nonché dai tabulati delle
conversazioni telefoniche in partenza dall’utenza in uso
ai coniugi Lorenzi, si desume che questa arrivò sulla
scena del delitto; trovando il bambino già morto, intorno
alle ore 8:32-8:35. Con qualche approssimazione può
dunque ragionevolmente affermarsi che la morte sia
intervenuta: "qualche attimo prima o nel contesto
dell’inizio dei soccorsi" e dunque secondo quanto
ipotizzato dal Consulente, prima delle ore 8.30-8.35.
Meglio, dalle considerazioni sopra esposte si può
affermare che la morte clinica sia intervenuta almeno a
quell’ora, essendo comunque ragionevolmente probabile
che essa sia collocabile anche prima.
Affinché
tale conclusione possa essere condivisa, occorre
sottoporre ad attenta disamina le dichiarazioni rese dalle
persone che videro il piccolo Samuele prima del suo
imbarco sull’elicottero. Da tali dichiarazioni, invero,
potrebbe desumersi che al momento dell’intervento della
Satragni il bambino era ancora in vita (id est: non morte
clinica).
Ada
Satragni, in merito ha dichiarato che: "Accertavo che
aveva polso carotideo e che gemeva flebilmente, segno
questo più che eclatante della vitalità del
piccolo".
Anche
Marco Savin conferma l’esistenza di una certa vitalità
del piccolo Samuele al momento dell’arrivo sulla scena
del delitto: "già nel momento in cui mi trovavo
sulla porta-finestra della camera che stavo entrato, ho
sentito che il bambino emetteva un gemito a brevi
intervalli, sembrava quasi un lamento, non forte ma in
ogni caso si sentiva".
Il
Dr. Iannizzi, infine ha dichiarato: "Circa lo stato
del bambino appena giunto ho cercato di verificare se
rispondeva agli stimoli pizzicandolo sulla faccia e sul
corpo. Non rispondeva a nulla, aveva il respiro molto
lento, anche se c’era, serrava la bocca. Era in stato
comatoso, ma ancora respirava".
Le
conclusioni del Prof. Viglino restano comunque
sostenibili, in quanto del tutto conformi alla consolidata
letteratura tanatologica sull’argomento. In primo luogo
occorre dar conto della onestà intellettuale del
Consulente, che ha attentamente preso in considerazione le
predette dichiarazioni – ad eccezione di quelle della
Ferrod e di Savin che ancora non conosceva – fornendo
una ragionevole spiegazione di tali apparenti segni di
vitalità, fondata soprattutto sulle evidenze dell’esame
autoptico.
Nella
specie nessuna delle persone intervenute ha riferito la
presenza di attività nervosa di qualsiasi natura, di
attività riflessa di qualsiasi genere, di motilità
spontanea e/o coordinata di risposta al dolore e dunque di
sensibilità.
E’
appena il caso di sottolineare che nel caso di specie
parte del parenchima cerebrale era già fuoriuscito dalla
scatola cranica di Samuele, per effetto dell’edema (c.d.
breccia a dentifricio). Ragionevolmente, si può affermare
che almeno la funzione connessa all’encefalo era già
venuta meno.
Dunque
i segni riferiti dai soccorritori non escludono la morte
del piccolo Samuele in quanto: "alla morte vera e
propria: perdita della funzione cerebrale e della funzione
circolatoria, può seguire una fase in cui stimolazioni
esterne possono produrre una condizioni di reminiscenza in
cui è possibile osservare la presenza di fenomeni
riferibili a vitalità ma di tipo sicuramente agonico,
contratture muscolari, tetanie e gasping
respiratorio".
I
segni riferiti dai primi soccorritori, anche in
considerazione del fatto che era stata praticata una
iniezione di cortisone al bambino e che il contesto non
consentiva una osservazione obiettiva ed asettica dei
fatti, paiono dunque rientrare nei fenomeni agonici ben
conosciuti dalla tanatologia. Le conclusioni del prof.
Viglino sono condivisibili.
4.2
L’ORA DELL’AZIONE OMICIDA E L’ALIBI DELL’INDAGATA
Appare
di fondamentale importanza la determinazione del tempo di
sopravvivenza della vittima rispetto alle lesioni patite.
In altre parole: quanto tempo è intercorso tra le lesioni
e la morte clinica di Samuele? Ciò consente, mediante una
semplice deduzione, la determinazione del tempo in cui
l’azione omicida si è verificata.
Questo
giudice, prima di procedere oltre nella propria analisi,
ha infatti il dovere di accertare se nel tempo in cui è
collocabile l’omicidio l’indagata non si trovasse
fuori casa, in luogo diverso da quello ove il delitto è
stato commesso. E’ evidente che, in questo caso
l’ipotesi allegata dal Pm sarebbe priva di un riscontro
decisivo.
Nella
specie a favore dell’indagata risulterebbe un alibi che
consentirebbe di escludere la sua responsabilità per il
lasso di tempo intercorso tra le ore 08.16 e le ore 08.24.
In
particolare secondo la versione reiteratamente fornita
dalla Franzoni, essa si sarebbe allontanata da casa
insieme al piccolo Davide verso le ore 08.16 per
accompagnarlo alla fermata dello scuolabus; indi avrebbe
fatto rientro a casa intorno alle ore 08.24, rinvenendo il
corpo del povero Samuele.
L’alibi
fornito dall’indagata in effetti trova riscontro nelle
dichiarazioni di Dino Vidi e Marco Savin almeno per il
lasso di tempo intercorso tra le ore 08.16 e ore 08.24.
Dino Vidi, conducente dello scuolabus ha dichiarato che:
"alle successive ore 08.20 giungevo alla seconda
fermata e più precisamente a quella ubicata vicino alla
strada vecchia che conduce alle miniere di Cogne, ove
prelevavo due bambini Savin Sophie e Lorenzi Davide (…)
i bambini erano in compagnia della mamma di Davide Lorenzi,
la signora Annamaria che attendeva sulla strada accanto a
loro. Come al solito mentre i bambini salivano sul mezzo
ho salutato la signora Annamaria , ci siamo scambiati il
buongiorno, dopo di che ho avviato la marcia e ho visto la
signora Annamaria riavviarsi a piedi verso casa sua sulla
strada asfaltata. La signora Annamaria , come ogni
mattina, anche stamattina ha salutato il figlio Davide
mentre questo saliva sul mezzo, dicendogli di fare il
bravo, raccomandazione usuale ogni giorno.
La
Franzoni è stata vista accompagnare Davide alla fermata
anche da Marco Savin che ha dichiarato: "Quella
mattina (…) la signora Annamaria ha accompagnato il
figlio Davide alla fermata predetta. Io ho notato che
passavano tra le ore 08.15 e le ore 08.20 lungo l’unica
strada che conduce proprio all’abitazione dei Lorenzi.
Annamaria Franzoni e Davide erano entrambi a piedi (…).
Nel momento in cui sono passati io dal terrazzo li ho
salutati e loro hanno fatto altrettanto con me (…)
Davide Lorenzi per come l’ho visto avvicinarsi alla
fermata dello scuolabus quella mattina era sicuramente a
piedi. Voglio precisare che dalla strada che proviene da
casa Lorenzi dal mio balcone io ho la visuale in discesa
che si congiunge alla comunale per Gimillan. Sia Davide
che Annamaria nell’avvicinarsi alla fermata dello
scuolabus, procedevano ad andatura regolare.
Infine
pare opportuno riportare – in merito a questa
circostanza – il racconto dei fatti di Davide Lorenzi,
per esteso:
"PM:
Quel giorno che ti sei fatto un bel giro in bicicletta per
andare a scuola…. Sei uscito prima della mamma da casa o
sei uscito insieme alla mamma?
DAVIDE:
….. Esco sempre prima….
PM:
Prima della mamma… e quanto tempo… così puoi giocare
ancora un po’… ne approfitti
DAVIDE:
No… (inc)
PM:
tu esci prima della mamma così mentre lei fa ancora
qualcosa
DAVIDE:
Perché….
PM:
Come?
DAVIDE:
quando si veste io gioco un po’ con a (sic) bici…. E
poi….
PM:
a quindi sei uscito prima perché hai aspettato che la
mamma si vestisse… si mettesse le scarpe e la giacca….
Davide:
…. Si….
(….)
PM:
Ho capito… quindi sei uscito poco prima della mamma hai
giocato un pochino con la bici e poi è uscita la mamma!!
DAVIDE:
si
(…)
PM:
E’ stata con te la mamma a guardare i cartoni?
DAVIDE:
… no… va a vestirsi…
PM:
Dove va a vestirsi?
DAVIDE:
e poi chiama me e poi mi dice adesso torno da te…. (inc)
PM:
ti sei guardato i tuoi cartoni poi la mamma ti ha vestito
e te ne sei andato fuori in bicicletta!!
DAVIDE:
… eh….
Giova
rilevare che dalle dichiarazioni sopra riportate per
esteso, può evincersi unicamente che quel mattino, dopo
aver fatto colazione, Davide Lorenzi è uscito di casa per
giocare con la bicicletta. Nulla può essere affermato in
merito alla collocazione temporale degli eventi riferiti,
se non con margini di tolleranza talmente ampi in modo da
vanificarne la concreta rilevanza. Sembra però che una
conclusione può essere ragionevolmente desunta dal
racconto di Davide: pare inverosimile che quella mattina
Annamaria e Davide fossero in ritardo, altrimenti non si
capirebbe come mai Davide abbia addirittura fatto in tempo
ad andare fuori per giocare con la bici.
L’alibi
della Franzoni può dunque essere ricostruire nei termini
che seguono. Per raggiungere la fermata dell’autobus
occorrono, secondo il verbale di sopralluogo eseguito dai
tre minuti e dieci secondi ai tre minuti e trenta secondi
circa, con andatura regolare. Sia il Vidi che il Savin
riferiscono che l’andatura della Franzoni quella mattina
era regolare. Non stava correndo, madre e figlio erano a
piedi, non risulta l’impiego di nessuna bicicletta.
L’autista dello scuolabus dice che alle 08.20, quando
raggiunge la fermata, sul posto si trovano già la
Franzoni con Davide. Quindi alle ore 08.20 i due sono già
lì. Tenuto conto di tutti i fatti sopra esposti, delle
condizioni del tempo e della strada, nonché
dell’andatura riferita (né di corsa né lenta,
regolare) può ritenersi che la Franzoni sia uscita di
casa tra le ore 08.16-08.17 e vi sia rientrata tra le ore
08.23.08.24. Meglio può ritenersi certo che la Franzoni
sia uscita di casa prima delle ore 08.20, il resto può
essere affermato solo in termini probabilistici.
Anche
la ricostruzione dell’alibi della Franzoni sconta,
tuttavia una certa approssimazione. Esso è determinato
tenendo conto del tempo medio di percorrenza impiegato dai
Carabinieri nel corso dell’accertamento sui luoghi.
Nessuno può dire se la velocità tenuta dalla Franzoni
quella mattina fosse più alta o più bassa di quella
tenuta nella esecuzione del sopralluogo. A questo punto è
indispensabile una precisazione. Secondo la consolidata
giurisprudenza di legittimità: "la funzione
dell’alibi è quella di screditare le prove d’accusa
dimostrando quella che deve essere una vera e propria
impossibilità di commissione del fatto da parte di chi ne
è accusato".
Dunque,
fino a che l’alibi non consente di escludere, senza
dubbi residui la consumazione del reato, esso non può
essere valutato come circostanza di fatto a lavorare
dell’indagato.
Sulla
scorta dei principi sopra esposti e degli elementi di
fatto accertati, si può dunque sottoporre a valutazione l
‘efficacia dell’alibi dell’indagata graduandolo
dalla sicura impossibilità alla mera probabilità:
alle
ore 08:20 in punto è impossibile che la Franzoni possa
commettere il reato, in quanto si trova alla fermata
dell’autobus;
tra
le ore 08:15 e le ore 08:20 la Franzoni si troverebbe
sulla strada di andata dall’abitazione verso la fermata.
L’alibi non esclude la possibilità di commettere il
reato per il periodo di tempo antecedente alle ore 08:15;
tra
le ore 08:17 e le ore 08:23 la Franzoni uscirebbe e poi
rientrerebbe nella casa. L’alibi non esclude la
possibilità di commettere il reato per il periodo di
tempo successivo alle ore 08.20.
tra
le ore 08.16 e le ore 08.24 la Franzoni uscirebbe e poi
rientrerebbe nella casa. L’alibi non esclude la
possibilità di commettere il reato per il periodo di
tempo antecedente e successivo alle ore 08.20.
Questo
non significa che la Franzoni abbia impiegato tempo zero
per raggiungere la fermata e tornare alla propria
abitazione. Significa che, attesa la impossibilità di
determinare con esattezza il lasso di tempi impiegato, non
può escludersi (ossia, non è impossibile) che la
indagata abbia commesso l’omicidio nel lasso temporale
indicato come alibi, verosimilmente nei periodi estremi
del lasso medesimo.
Occorre
quindi procedere a comparazione tra il lasso di tempo
costituente l’alibi della Franzoni ed il lasso di tempo
costituente il range entro il quale si è verificato
l’omicidio.
Ciò
determina in primo luogo la necessità di individuare il
lasso temporale entro il quale l’omicidio può essere
stato consumato.
Le
cause della morte sono state precisamente identificate dal
Consulente in: "Grave trauma cranico-encefalico con
sfacelo traumatico della regione fronto-temporo-parietale
dell’ovoide cranico , conseguente rottura e lacerazione
di importanti vasi arteriosi meningei con relativa
imponente emorragia ed anemia metaemorragica con schock
ipovolemico ed importante edema cerebrale maligno
Il
consulente inoltre ritiene che: "Stante la tipologia
della lesione e quanto può essere desunto dai dati
autoptici ragionevolmente si deve ritenere come dal morte
possa essere intervenuta tempuscolo più tempuscolo meno,
intorno ai 10-12 minuti dall’aggressione". La
successiva relazione integrativa del 12.3.2002 ha
confermato tale valutazione, approssimando la stima di
ulteriori cinque minuti. Tuttavia non è ragionevole
pretendere che il tempo di sopravvivenza venga determinato
al minuto. La biologia non è una scienza esatta, almeno
per quanto riguarda questa particolare materia. Ogni
organismo vivente ha una diversa reazione alle lesioni
subite, e dunque i tempi di sopravvivenza non possono mai
essere determinati al minuto.
Si
può sicuramente affermare che il gravissimo trauma
cranico aperto abbia rapidamente indotto un edema
celebrale acuto, in una situazione di ipossia da massiva
anemia metaemorragica. Ciò ha determinato, con
ragionevole certezza una rapida alterazione dei parametri
vitali. Nella letteratura scientifica è infatti acquisito
che in caso di trauma cranico aperto, quanto più grave è
l’edema, quanto è maggiore è l’ipossia allora tanto
è più rapida la morte clinica la rapida perdita delle
funzioni vitali. Pertanto seppur con un margine di
approssimazione possono condividersi le conclusioni alle
quali è pervenuto il consulente.
Il
termine ad quem può essere ragionevolmente ritenuto
quello delle ore 08.29. In quel momento la Ferrod entra
nella Camera da letto e vede il piccolo Samuele già
(clinicamente) morto. Il termine a quo rimane oscuro. Non
risulta con precisione l’ora in cui la vittima è stata
vista in vita, per l’ultima volta, da testimoni
attendibili. Secondo le dichiarazioni rese dalla Franzoni
la vittima sarebbe ancora viva alle ore 08.14- 08.15,
quando viene portata nel letto dei genitori. Tali
dichiarazioni tuttavia non sono allo stato riscontrate. Il
padre, Stefano Lorenzi, dichiara che quella mattina
uscendo alle ore 07:30-07:40 non ha salutato Samuele,
perché andava di fretta. Il fratello, Davide rende
dichiarazioni troppo confuse su questo punto.
Allo
stato degli atti si può solo affermare in modo
incontrovertibile, che l’omicidio ès tato consumato
nella mattinata del 30.01.-2002, prima delle ore 08.29.
E’ molto probabile sulla scorta di tutte le
considerazioni sopra esposte e del tempo di sopravvivenza
indicato dal Consulente che l’omicidio sia stato
consumato tra le ore 08.00 e le ore 08.29, con preferenza
per gli orari ricompresi nella prima fascia del lasso
temporale.
Una
prima conclusione può essere tratta. L’alibi della
Franzoni si colloca all’interno del periodo di tempo
entro il quale l’omicidio è avvenuto.
Tuttavia
almeno in questo momento non lo ricomprende per intero, e
dunque non può essere ritenuto sufficiente per escludere
la responsabilità della Franzoni.
Dunque
l’alibi della Franzoni è compatibile con l’esecuzione
dell’omicidio.
5.
LA VALUTAZIONE DEI GRAVI INDIZI A CARICO DELL’INDAGATA:
UNA VALUTAZIONE GENERALE DELL’IMPIANTO ACCUSATORIO
Una
serie di conclusioni in fatto sono state già raggiunte.
Sappiamo infatti che Samuele è stato ucciso, sappiamo
dove l’omicidio è avvenuto, e sappiamo inoltre il lasso
temporale entro il quale l’omicidio è stato consumato.
Possiamo ancora dire che Samuele ha visto il proprio
assassino, che lo conosceva e che si fidava di lui.
Il
passo successivo è quindi l’accertamento della persona
– o delle persone – che hanno ucciso Samuele. Secondo
la tesi del Pubblico ministero l’omicidio sarebbe stato
consumato dalla mamma di Samuele, Annamaria Franzoni. La
tesi è fondata in quanto trova pieno riscontro nei fatti.
Tanto
premesso, nel caso di una pluralità di elementi
indiziari, non è consentito procedere alla sola
valutazione della gravità di ciascuno di essi, dovendosi
invece procedere ad una valutazione globale e complessiva
degli stessi. La tesi del Pubblico Ministero deve essere
calata nei fatti e deve essere in grado di spiegarli
tutti, dando loro un significato univoco, quanto meno con
riferimento al grado di certezza richiesto dall’art. 273
c.p.p.
In
termini generali può dirsi che la dimostrazione della
responsabilità della Franzoni viene compiuta in via
critica e non rappresentativa, atteso che – almeno per
quello che oggi sappiamo – non risulta che altra
persona/e abbiano assistito al fatto o comunque siano in
grado di riferire sulle modalità esecutive dello stesso.
Questa
la tesi: non solo è dimostrato che l’omicidio, se non
con probabilità del tutto infinitesimali, non è stato
commesso da altre persone; ma è anche dimostrato che
sussistono elementi che indichino che l’omicidio sia
stato commesso proprio dall’indagata.
Gli
elementi a carico della Franzoni sono pertanto costituiti
in positivo sia dalle contraddizioni tra le versioni dei
fatti fornite dall’indagata, sia dalle contraddizioni
tra le dichiarazioni rese dalla Franzoni e quelle rese
dalle altre persone informate sui fatti.
Inoltre,
la sua responsabilità può essere desunta da alcune
considerazioni prettamente logiche relative al pigiama ed
alle ciabatte in sequestro.
Infine,
come risulta dal paragrafo che precede, l’alibi della
Franzoni è del tutto compatibile con la commissione
dell’omicidio.
In
negativo dalla sostanziale impossibilità da parte di
terzi di commettere questo omicidio, per le
L'omicidio
poteva essere commesso solo dalla Franzoni ed in effetti
è stato commesso proprio dalla Franzoni.
6.
LA POSSIBIILTA' DI COMMETTERE IL FATTO.
In
primo luogo, per poter pensare che la Franzoni abbia
ucciso il figlio, deve anzitutto accertarsi se l'indagata,
nel lasso temporale entro il quale è avvenuto l'omicidio,
ha avuto modo di trovarsi da sola con la vittima
all'interno dell'abitazione, perché proprio lì il fatto
è stato compiuto.
Invero,
altro è affermare che il suo alibi è compatibile con
l'esecuzione dell'omicidio altro è affermare che la
Franzoni ha avuto la concreta possibilità di commetterlo.
La
risposta è positiva. La stessa indagata riferisce che
prima di portare Davide alla fermata dello scuolabus si è
trovata da sola con Samuele all'interno della camera da
letto ove l'omicidio è avvenuto "…mentre Davide
faceva colazione io sono scesa di sotto a vestirmi, mi
sono tolta il pigiama in camera e l'ho buttato sul letto,
ho preso in bagno la canottiera e poi sono risalita di
sopra (…) sono uscita con le scarpe appena messe e da
allacciare, ho lasciato le ciabatte nella zona antistante
il bagno, vicino alla porta d'ingresso". Questa
seconda versione è stata poi reiterata. "… l'ho
lasciato comunque a mangiare (il figlio Davide, ndr)
mentre io sono scesa a vestirmi. Mi sono cambiata nella
mia camera da letto, lasciando il pigiama come tutte le
mattine sul letto, poi sono andata in camera di Davide a
prendere i suoi vestiti (…) sono risalita in cucina dove
Davide stava ancora facendo colazione, poi l'ho vestito
(…) mentre stavamo uscendo ho sentito Samuele piangere e
chiamarmi. A quel punto Davide è uscito e io sono scesa
giù da Samuele che era sulle scale, l'ho portato nel mio
letto dicendogli di stare tranquillo (…) ho preso la
giacca e messo le scarpe e facendo molto piano ho aperto
la porta, non chiudendola a chiave nell'uscire per paura
di fare rumore".
In
ogni caso nel lasso temporale sopra indicato l'indagata ha
occasione di trovarsi da sola in casa con la vittima –
essendo uscita sia il marito che il piccolo Davide, e non
risultando la presenza di terzi – in almeno tre
occasioni:
- Prima
di portare Davide alla fermata dell'autobus, con due
possibilità:
- Almeno
dalle ore 08,15, alle ore 08.16. In quel lasso
infatti: "arrivate le 8:15 Davide è uscito"
e poi, dopo avere incontrato Samuele sulle scale ed
averlo messo a letto dichiara: "…sono andata giù
per strada dove c'era già Davide";
- Tra
le ore 08:00 e le ore 08:15, quando Davide dopo aver
fatto colazione esce all'esterno della casa per
giocare con la bici, fino a quando non arriva l'ora di
andare alla fermata.
- Al
suo rientro nell'abitazione avvenuto alle ore 08:24
circa e l'arrivo della Ferrod avvenuto alle ore 08:30.
I
tempi indicati, ovviamente, scontano le approssimazioni già
evidenziate: non vi sono infatti elementi certi per poter
affermare a quale ora esatta la Franzoni sia uscita di
casa ed a quale ora esatta vi abbia fatto rientro.
Resta
comunque dimostrato che l'indagata ha avuto il tempo
necessario per commettere l'omicidio.
7.
1 ANALISI SCIENTIFICHE COMPIUTE SUL PIGIAMA E SULLE
CIABATTE IN SEQUESTRO.
Come
abbiamo visto, sul luogo del delitto sono stati ritrovati
degli oggetti imbrattati di sangue, appartenenti
all’indagata: il pigiama ed un paio di ciabatte.
I
reperti sono stati sottoposti ad una approfondita ed
elaborata consulenza tecnica disposta dal Pubblico
Ministero con incarico conferito ai RACIS di Parma.
La
difesa dell’indagata, in data 11/3/2002, ha poi
depositato una propria perizia relativa agli accertamenti
sulle tracce ematiche.
Procediamo
ora alla valutazione delle conclusioni raggiunte dal
Consulente del PM, tenuto conto della consulenza tecnica
difensiva, distinguendo tra gli accertamenti sulle tracce
ematiche relative al pigiama e quelli relativi agli
zoccoli.
7.2
ACCERTAMENTI SULLE TRACCE EMATICHE DEL PIGIAMA.
All’esito
degli accertamenti eseguiti, il Consulente Tecnico del PM
ha concluso ritenendo che le tracce ematiche ritrovate sul
piumone, sulla casacca e sui pantaloni del pigiama,
appartengono alla vittima Samuele Lorenzi.
Non
vi è contestazione dei periti della difesa su questo
punto e comunque esse appaiono integralmente
condivisibili.
È
dunque certo che il pigiama sia macchiato dalle di sangue
della vittima, e che le tracce si siano depositate sul
pigiama proprio nel corso dell’esecuzione
dell’omicidio.
A
questo punto sono possibili due ipotesi che spiegano per
quale ragione le tracce ematiche siano sul pigiama.
Secondo
la tesi del PM, supportata dalle argomentazioni
scientifiche del proprio consulente, il pigiama sarebbe
stato indossato dall’assassino nell’eseguire il reato.
Secondo
la tesi dei periti della difesa il pigiama sarebbe invece
stato imbrattato perché si trovava gettato in disordine
sul piumone del letto durante l’omicidio, così come
prospettato dalla Franzoni in più occasioni.
In
realtà entrambe le tesi prestano il fianco ad alcune
obiezioni anche se, allo stato degli atti, sembra ancora
preferibile la spiegazione prospettata dal PM.
La
tesi difensiva è infatti smentita da un sicuro riscontro
oggettivo.
Mentre
in pantaloni del pigiama sono stati effettivamente trovati
sul piumone, la casacca è stata rinvenuta tra le lenzuola
ed il materasso.
Sembra
dunque impossibile che la casacca si sia potuta imbrattare
in quanto al momento dell’omicidio essa si trovava sotto
il piumone.
Del
resto, è la stessa indagata a confermare la circostanza:
quando ho scoperto il piccolo Samuele nelle condizioni che
vi ho detto ho tirato giù il piumone (…) non ricordo di
aver visto il mio pigiama quando ho tirato giù il
piumone.
Penso
che avendolo tolto al mattino sia rimasto sotto le
lenzuola quando le ho tirate su per coprire Samuele prima
di uscire.
La
tesi difensiva, seppur pregevole, in questo momento non
trova riscontro nei fatti.
Anche
le conclusioni dei RACIS, seppur dotate di una congrua ed
articolata motivazione scientifica, prestano il fianco a
qualche obiezione.
In
primo luogo la metodologia di indagine.
La
comparazione tra le tracce ematiche presenti sul pigiama e
quelle presenti sul piumone è stata infatti eseguita
postulando che il pigiama si trovasse, al momento del suo
ipotetico imbrattamento accidentale, in posizione piana su
qualche zona del piumone.
In
realtà, doveva correttamente postularsi che se il pigiama
fosse stato gettato in disordine sulla superficie del
piumone, allora esse non poteva trovarsi in posizione
perfettamente piana, ma doveva almeno presentare qualche
piega.
In
secondo luogo, come correttamente argomento i consulenti
della difesa, allo stato degli atti sembra difficile
spiegare la presenza di macchie soltanto su una parte
della casacca, l’assenza di tracce di tipo ditate per
accidentale contatto delle mani e la permanenza in situ
del frammento osseo vicino al polsino del pigiama.
In
effetti, vista la natura e l’entità delle lesioni,
nonché il sanguinamento derivato, sembrerebbe
ragionevolmente ipotizzabile che sul pigiama dovessero
trovarsi più macchie rispetto a quelle effettivamente
riscontrate.
Nonostante
tali obiezioni, le conclusioni alle quali sono pervenuti i
RACIS sembrano comunque da condividere, per due ragioni.
La
casacca del pigiama non si trovava sopra il piumone ma
sotto di esso: il suo imbrattamento è spiegabile solo
ipotizzando che essa sia stata indossata dall’assassino;
sulla casacca del pigiama risultano presenti tracce
ematiche sia sul recto sia sul verso.
Anche
questa circostanza può essere spiegata solo ipotizzando
che il pigiama sia stato indossato dall’assassino.
L’obiezione
difensiva su questo punto non ha pregio.
Le
macchie su entrambi i lati della giacca non sembrano
infatti dovute al contatto reciproco dei lembi della
casacca.
Pertanto,
seppur con le perplessità sopra evidenziate, possono
condividersi le conclusioni rassegnate dal RACIS, alle
quali integralmente si rimanda: almeno la casacca del
pigiama è stata indossata dall’assassino nel corso
dell’omicidio.
7.3
ACCERTAMENTI SULLE TRACCE EMATICHE DEGLI ZOCCOLI
Su
entrambi gli zoccoli ritrovati al piano terreno
dell’abitazione dei coniugi Lorenzi, pacificamente
appartenenti all’indagata, sono state ritrovate delle
tracce ematiche: significativa è la loro ,localizzazione.
Essa
viene pertanto riportata per esteso così come descritta
dal RACIS: descrizione del reperto
Si
tratta di un paio di zoccoli di colore bianco marca Fly
Flot, misura 38, con plantare di legno rivestito
esternamente di gomma e tomaia superiore in cuoio di
colore bianco, traforato.
Il
reperto è stato rinvenuto e sequestrato in casa Lorenzi,
nel disimpegno del bagno posto al piano superiore (vedi
foto dal n. 1 al n. 4 dell’allegato fascicolo
fotografico), in occasione delle attività di sopralluogo
eseguite da personale del RIS di Parma e del Comando
Gruppo Carabinieri di Aosta, in data 6 e 7 febbraio 2002.
Ad
una preliminare ispezione il reperto esibiva tracce
ematiche evidenti, variamente disposte su entrambe le
suole (foto dal n. 5 al n. 11).
Sottoposti
ad un più approfondito esame, previa rimozione della
tomaia di cuoio (foto dal n. 15 al n. 18 e dal n. 31 al n.
34) e successiva analisi al microscopio binoculare, gli
stessi zoccoli, hanno mostrato ulteriori tracce
verosimilmente ematiche, presenti sia sulla scarpa
sinistra, sia su quella destra.
In
particolare: per quanto riguarda lo zoccolo sinistro, le
tracce risultavano localizzate: a circa metà dello
sviluppo longitudinale del plantare, all’altezza del
bordo laterale sinistro, sotto forma di una minuta
crosticina (foto n. 12, 13 e 14); in corrispondenza del
bordo anteriore del plantare, sotto forma di alonature e
minutissimi residui, apprezzabili soltanto
microscopicamente (foto dal n. 19 al n. 25); sulla
superficie interna della tomaia in cuoio, all’altezza
del bordo laterale sinistro, a guisa di un debole
imbrattamento e di un residuo puntiforme, rilevabili
microscopicamente (foto dal n. 26 al n.- 30).
Per
quanto riguarda lo zoccolo destro, le tracce risultavano
localizzate: in corrispondenza del bordo anteriore del
plantare, sotto forma di alonature e minuscole tracce,
apprezzabili soltanto microscopicamente (foto dal n. 35 al
n. 39); sulla superficie interna della tomaia in cuoio,
all’altezza del bordo laterale destro, a guisa di un
tenue imbrattamento, riscontrabile solo microscopicamente
(foto dal n. 26 al n. 30) .
Gli
accertamenti biologici eseguiti hanno consentito di
accertare, con argomentazioni che sembrano condivisibili,
che le tracce ematiche ivi riscontrate appartengono alla
vittima, Samuele Lorenzi.
In
seguito sono stati eseguiti degli elettroferogrammi
relativi al materiale genetico riscontrato sugli zoccoli,
con le seguenti conclusioni: le tracce in parola sono
costituite da materiale genetico misto in cui la
componente minoritaria è compatibile con la signora
Franzoni mentre la componente maggioritaria è
attribuibile alla vittima, Samuele Lorenzi.
Sul
punto nessuna osservazione della difesa è stata svolta.
8.
LE CONDIZIONI CHE DEVONO ESSERE CNTEMPORANEAMENTE
SODDISFATTE PER L’ATTRIBUZIONE DELLA RESPONSABILITA’
Sulla
scorta degli accertamenti scientifici sopra esposti nei
paragrafi precedenti, si può ragionevolmente formulare
un’ipotesi di accusa che preveda il soddisfacimento
contemporaneo delle seguenti condizioni: l’assassino
doveva trovarsi da solo con la vittima all’interno della
camera da letto dei coniugi Lorenzi nel lasso di tempo in
cui l’omicidio è stato consumato; l’assassino doveva
indossare, al momento dell’omicidio, almeno la casacca
del pigiama; gli zoccoli sono stati indossati
dall’assassino nel corso dell’omicidio ovvero, dopo la
sua consumazione, sono venuti in contatto accidentale con
il sangue della vittima; l’assassino doveva disporre,
dopo l’esecuzione del delitto, di un certo lasso di
tempo per far sparire l'arma del delitto, per pulirsi o
comunque per allontanarsi indisturbato; l’assassino
doveva conoscere la disposizione delle camere
all’interno dell’abitazione dei Lorenzi e, più in
particolare, doveva conoscere perfettamente le abitudini
di vita della famiglia.
Tutte
queste condizioni sono contemporaneamente soddisfatte solo
ipotizzando che l’assassino sia Annamaria Franzoni, per
quanto di seguito verrà esposto.
9.1
LA RAGIONEVOLE IMPOSSIBILITA DI ATTRIBUIRE L’OMICIDIO A
TERZI.
Come
vedremo è possibile che una persona allo stato ignota si
sia trovata in una o più delle condizioni di fatto
indicate nel paragrafo precedente, necessarie al fine di
poter consumare l’omicidio.
Si
deve però ragionevolmente escludere che taluno si sia
trovato contemporaneamente in tutte le condizioni sopra
indicate.
Certo,
l’ipotesi conserva ancora qualche astratta possibilità
di verificarsi, ma tale possibilità è così remota da
sconfinare nel bizzarro.
In
primo luogo non risulta che nell’abitazione dei Lorenzi
o nelle sue vicinanze nella mattina dell’omicidio si
trovasse qualcuno.
Tutte
le persone comunque presenti nei pressi dell’abitazione
dei Lorenzi tra le 08.00 e le 08.30 hanno decisamente
affermato di non aver notato nessuna persona fermarsi o
comunque transitare in quella zona, destando sospetto o
attenzione.
Stefano
Lorenzi, uscito da casa tra le ore 07.30 e le ore 07.40,
ha dichiarato di non aver notato nulla di strano quella
mattina.
Anche
il piccolo Davide ha dichiarato di non aver visto nessuno
nel corso del giro in bici fatto dopo la colazione.
In
fine la stessa indagata ha dichiarato di non aver notato
persone estranee nei pressi dell’abitazione.
Nel
viottolo che costeggia l’abitazione dei Lorenzi non sono
state riscontrate tracce o comunque segni riconducibili ad
un possibile appostamento finalizzato all’osservazione
della casa; ne tali tracce sono state riscontrate nel
corso del largo e accurato controllo perimetrale della
zona effettuato dai Carabinieri.
Peraltro,
giova a questo punto una elementare considerazione:
l’assassino, per accedere alla camera in cui si trovava
il piccolo Samuele, deve pure essere passato da qualche
parte.
L’indagata
ha dichiarato che le finestre e la porta del garage erano
chiuse.
Resta,
come unica alternativa, la porta d’ingresso.
Sembra
ragionevole ritenere che la porta d’ingresso, mentre la
Franzoni si recava alla fermata dell’autobus, fosse
stata chiusa dalla stessa indagata.
Nel
corso del procedimento la Franzoni ha dichiarato più
volte di aver lasciato aperta la porta di ingresso, non
chiudendola a chiave nell’uscire per paura di far rumore
e di svegliare il piccolo Samuele.
La
dichiarazione della Franzoni è probabilmente falsa, sia
per la sua intrinseca inverisimiglianza, sia perché
contraddetta da altre dichiarazioni rese dalla Franzoni.
In
primo luogo, parte del tutto inverosimile che una madre
molto attenta e scrupolosa come la Franzoni, così almeno
è stata definita e si ritiene, esca di casa senza
chiudere la porta, lasciando il piccolo Samuele da solo in
balia degli eventi.
Tra
l’altro la giustificazione fornita (per paura di fare
rumore) è contraddetta dalle stesse dichiarazioni della
Franzoni e da un riscontro obbiettivo.
L’indagata,
ha dichiarato di avere messo nel proprio letto Samuele
perché piangeva.
Sembra
però impossibile che il piccolo Samuele, poco dopo aver
richiamato l’attenzione della mamma, si sia
immediatamente addormentato, ben sapendo che la mamma
stava per uscire perché era già vestita.
Dunque,
è evidente che la giustificazione addotta sembra
infondata, non potendo svegliarsi con il rumore della
porta colui che in realtà era già sveglio, e non stava
dormendo.
Tra
l’altro, che Samuele probabilmente non stesse dormendo
risulta anche dalle ferite da difesa riportate sulla mano
sinistra.
Non
solo, nell’immediatezza dei fatti la Franzoni ha
dichiarato proprio il contrario.
All’arrivo
del Dr. Iannazzi, il quale prospettava l’ipotesi che
poteva esserci stato qualcuno entrato dall’esterno, la
Franzonoi diceva: non sono stupida, era chiuso e so bene
quello che faccio con tono definito dai presenti quasi
infastidito.
Si
può quindi ritenere per tutte queste ragioni che la
Franzoni abbia mentito.
Il
mattino dell’omicidio la porta di ingresso era chiusa.
Sul
luogo non sono stati rinvenuti segni di effrazione o di
scasso.
Ne
consegue che l’assassino disponeva delle chiavi di casa
o si trovava già all’interno.
Ma
anche supponendo, per amore di discussione, che la porta
di ingresso fosse aperta, risulta comunque impossibile la
commissione del reato da parte di terzi.
È
stato infatti accertato che non vi era una condotta
costante da parte della Franzoni per quanto la conduzione
dei propri figli alla fermata dello scuolabus.
Alcune
volte la Franzoni usciva di casa con tutte due i bambini,
altre volte usciva di casa con il solo Davide, lasciando
da solo Samuele.
Sembra
però che nella generalità dei casi erano più le volte
che usciva con i due bambini insieme.
E
allora, affinchè la consumazione del reato sia possibile,
occorre che l’omicida non solo conoscesse l’ubicazione
delle camere all’interno della casa dei Lorenzi, ma
occorre soprattutto che l’assassino conoscesse le
abitudini della Franzoni e che tenesse sotto costante
osservazione l’abitazione dei Lorenzi allo scopo di
cogliere il momento più opportuno per agire, visto che le
abitudini della Franzoni non erano costanti.
Occorre
infine che l’assassino sapesse che quel mattino il
bambino si trovava nella camera da letto dei genitori, e
non nella camera da letto dove di solito dormiva.
Tale
ipotesi per un verso non trova alcun riscontro nei fatti.
Per
altro verso sembra intrinsecamente inverosimile.
Infatti,
una preparazione così accurata dell’omicidio
richiederebbe quantomeno un movente.
Allo
stato non risulta che i Lorenzi si siano creati mai
rancori tali nei confronti di delittuosa.
Il
marito dell’indagata, per quello che risulta dagli atti,
ha più volte dichiarato di non avere nessuna idea in
merito al movente di un terzo, in quanto, al di la dei
normali screzi tra vicini, non gli risulta di essersi mai
comportato in maniera tale da determinare in altri la
nascita di un proposito vendicativo, di questa portata,
nei confronti suoi e dei suoi famigliari.
Inoltre,
una preparazione così accurata del delitto richiederebbe
quantomeno che l’omicida impieghi un’arma più
efficace ed appropriata di quella impiegata per la
consumazione dell’omicidio.
L’arma
del delitto non è mai stata trovata.
Dalla
natura delle lesioni tuttavia se ne possono dedurre le
caratteristiche strutturali.
In
particolare il Prof. Viglino ha ritenuto che: per quanto
desumibile dalla descritta morfologia delle lesioni si può
affermare che queste, con buona probabilità, siano state
determinate da un corpo contundente con le seguenti
caratteristiche: facile ed agevole impugnabilità; rigido;
discretamente pesante; che presenta margini acuti
rettilinei e spigoli vivi.
La
morfologia della maggior parte delle ferite è suggestiva
per l’ipotesi che le stesse siano state prodotte per
l’effetto dell’azione di spigolo dell’oggetto.
Si
tratta con evidenza di un’arma impropria, affatto
incompatibile con una fase di preparazione e studio
dell’omicidio.
Inoltre,
altri due elementi inducono a ritenere che la consumazione
dell’omicidio da parte di un estraneo sia
sostanzialmente impossibile.
In
primo luogo il tempo disponibile per l’esecuzione del
reato e per la fuga.
Risulta
infatti che la Franzoni si sia allontanata
dall’abitazione per soli otto minuti, tra le ore 08.16 e
le ore 08.27.
In
realtà il range temporale disponibile per l’omicidio è
ancora più ristretto.
Infatti
l’assassino doveva almeno aspettare che la Franzoni ed
il piccolo Davide si fossero allontanati un po’
dall’abitazione, per non essere scoperto al momento
dell’ingresso, e doveva essere già uscito un po’
prima delle ore 08.24 per non incontrare la Franzoni di
ritorno dall’autobus.
Quindi
il rage temporale è ancora più ristretto, tra i cinque
ed i sei minuti.
Tra
l’altro l’assassino, se conosceva le abitudini della
Franzoni, e quindi sapeva che questa accompagnava il
bambino alla fermata per prendere ,l’autobus alle ore
08.20, sapeva anche di avere un tempo limitatissimo per
agire, ben potendo la Franzoni rientrare in casa prima
delle ore 08.24 (ad esempio, perché aveva accompagnato
Davide solo per un pezzo o perchè era rientrata in casa a
passo più veloce del normale, anche considerando il fatto
che aveva lasciato Samuele da solo).
Il
rischio di essere scoperto era così elevato da tramutarsi
in sicura certezza.
Si
consideri ancora che quella mattina i vicini di casa della
Franzoni erano in posizione tale da vedere quello che
succedeva nei pressi dell’abitazione.
Non
solo queste persone non videro nessuno agitarsi in
quell’orario.
Ma
soprattutto il fantomatico omicida avrebbe dovuto fare i
conti anche con il rischio di essere visto da loro.
In
secondo luogo risulta che l’assassino nell’eseguire il
reato ha indossato almeno la casacca del pigiama
appartenente alla Franzoni.
Già
il ristretto range temporale disponibile dall’assassino
lascia perplessi.
Non
si capisce infatti perché avrebbe dovuto perdere una
parte del suo tempo limitato e prezioso per indossare tale
indumento, con il rischio di farsi cogliere in flagranza
di reato.
Ma
vi sono due considerazioni che consentono di affermare,
con sicura certezza, che l’assassino estraneo non
avrebbe infilarsi la ,casacca del pigiama: è evidente che
l’assassino deve avere indossato la casacca del pigiama
nel luogo dove questa si trovava quando era stata lasciata
dalla Franzoni prima di usciere.-
In
merito la Franzoni ha dichiarato di aver lasciato
l’indumento: buttato sul letto come tutte le mattine.
Allora
questa è la scena del delitto che potremmo ipotizzare:
l’assassino entra nella camera del piccolo Samuele con i
suoi vestiti; la vittima è già sveglia o a questo punto
probabilmente si sveglia; intanto l’assassino con tutta
calma indossa il pigiama della Franzoni; il piccolo
Samuele resta tranquillamente nella sua posizione, senza
fare troppo caso a questa serie di cose un po’ strane,
aspettando con pazienza di essere macellato.
Sembra
veramente troppo.
Una
ipotesi simile, per essere soddisfatta richiederebbe
almeno delle tracce di lotta o colluttazione, che non sono
mai state trovate e non la semplice ferita da difesa
trovata sulla sua mano.
Viceversa
dalla sua posizione, dalla mancanza di colluttazione, e
dalla sostanziale tranquillità delle scena del delitto,
possiamo attenderci che Samuele non abbia notato nulla di
strano quella mattina.
Ciò
significa che la persona che indossava il pigiama nel
momento dell’omicidio era la persona che solitamente lo
portava: Annamaria Franzoni; in ogni caso è impossibile
che un estraneo, quella mattina, potesse indossare la
casacca del pigiama e .ciò per la semplice ragione che il
pigiama non era visibile.
Giova
ricordare che il pigiama è stato ritrovato sotto il
lenzuolo e sotto il piumone.
La
Franzoni, dopo aver in un primo momento affermato di aver
buttato il pigiama .sul letto prima di uscire, ha in
seguito precisato: quando ho scoperto il piccolo Samuele
nelle condizioni che vi ho detto ho tirato giù il
piumone, non ricordo di aver visto il mio pigiama quando
ho tirato giù il piumone.
Penso
che avendolo tolto al mattino sia rimasto sotto le
lenzuola quando le ho tirate su per coprire Samuele prima
di uscire.
Tutte
le persone che sono intervenute sulla scena del delitto
hanno negato di aver tolto, spostato o addirittura visto
il pigiama di cui stiamo parlando.
La
conclusione è pertanto univoca.
Il
pigiama al momento dell’omicidio era sotto le lenzuola e
dunque non visibile.
Esso
poteva essere indossato o dalla persona che lo portava
quella mattina o dalla persona che sapeva dove era
riposto: in ogni caso Annamaria Franzoni.
9.2
GLI ZOCCOLI
Gli
zoccoli appartenenti all’indagata, sequestrati nel corso
dei rilievo, hanno sicuramente avuto a che fare con
l’omicidio.
Essi
infatti riportano in più zone tracce ematiche
appartenenti alla vittima.
Delle
due l’una: o essi sono stati schizzatoi nel corso
dell’esecuzione dell’omicidio; o essi sono stati
imbrattati (wipe) dopo l’esecuzione dell’omicidio.
Le
persone intervenute sulla scena del delitto hanno
dichiarato di non aver mai notato la presenza degli
zoccoli nella camera da letto.
Del
resto, essi sono stati trovati al piano superiore nel
disimpegno antistante il bagno, posati al suolo in modo
assolutamente ordinato.
Con
particolare riferimento all’abbigliamento indossato
quella mattina dalla Franzoni di particolare rilievo in
questa vicenda l’indagata ha dichiarato: quando sono
rientrata in casa di ritorno dall’accompagnare Davide,
ho subito tolto le scarpe ho messo le ciabatte e sono
andata giù a vedere Samuele (…) quando ero in attesa
del soccorso, su indicazione di Ada sono nuovamente salita
di sopra a prendere le scarpe, la giacca le ho infilate ho
lasciato le ciabatte al piano vicino l’ingresso e sono
riscesa.
Di
seguito la Franzoni poi ha dichiarato: nel momento in cui
sono rientrata in casa dopo aver accompagnato Davide alla
fermata dello scuolabus, ho chiuso la porta di ingresso a
chiave dall’interno (…) dopo di che mi sono tolta le
scarpe nell’antibagno e mi sono messa le ciabatte, mi
sono tolta la giacca e sono scesa sotto in camera trovando
Samuele.
Voglio
altresì riferire che quando Ada mi ha detto di prepararmi
perché dovevo andare con Samuele sono salita sopra, mi
sono messale scarpe ho preso la mia giacca nera e lo zaino
che si trovava sul basamento in pietra del camino sono
nuovamente scesa sotto.
La
versione dei fatti complessivamente narrata dalla Franzoni,
come già detto, pare smentita, sia da contraddittorietà
intrinseche sia dalla contraddizione con le dichiarazioni
rese da altre persone informate sui fatti.
La
Satragni, su questo punto, ha chiaramente smentito la
versione dei fatti prospettata dalla Franzoni.
Per
un verso ha dichiarato del suo arrivo nella casa dei
Lorenzi la Franzoni ,era tutta vestita di nero: ho il
ricordo della signora Annamaria tutta vestita di nero:
neri i capelli, nera la maglia, neri i pantaloni e neri
gli stivaletti.
Ed
ancora: quando, richiesto il mio intervento, sono arrivata
nella camera di Annamaria l’ho trovata vestita di colore
nero: maglia nera, pantaloni e stivaletti neri.
Sono
sicura di non avere mai detto di andare a prepararsi.
Ha
poi escluso che la Franzoni indossasse un paio di zoccoli,
avendo ai piedi i già riferiti stivaletti neri.
Per
altro la circostanza risulta anche dalle dichiarazioni
della Ferrod che ha confermato che l’indagata, al
momento del suo arrivo indossava un paio di pantaloni
scuri e ha dichiarato che pur non ricordando ne il tipo n
e il colore delle scarpe avrebbe certamente una calzatura
di colore chiaro o addirittura bianco con contrasto con il
colore dei pantaloni.
In
una successiva deposizioni la Ferrod ha poi precisato di
ricordarsi che la Franzoni era vestita con pantaloni scuri
e con maglia scura senza giubbotto o giacca a vento: ai
piedi calzava delle scarpe scure non credo che fossero
ciabatte.
Anche
in merito la Franzoni ha mentito avendo dichiarato: quando
sono entrata in casa (di ritorno dalla fermata
dell’autobus, ndr) ho tolto le scarpe e la giacca dopo
di che sempre in fretta sono scesa da Samuele.
Anche
Marco Savin, intervenuto sulla scena del delitto insieme
alla Satragni, a confermato che la Franzoni era vestita di
scuro: credo che indossasse anche degli stivaletti scuri,
posso dire di non aver visto nessun cambiamento rispetto a
quando mi trovavo poco prima sul terrazzo di casa di mia
nuora nel momento in cuoio guardavo mia nipote mentre
Franzoni accompagnava suo figlio allo scuolabus.
Anche
l’autista dello scuolabus, Dino Vidi, ha confermato che:
la signora Annamaria era vestita con una giacca che se non
erro aveva del pellicciotto al cappuccio o al collo, la
giacca era di colore scuro non so dirvi esattamente quale.
Mi
sembra che anche i pantaloni della donna, perché
sicuramente aveva i pantaloni erano di colore scuro, non
so dirvi esattamente quale.
La
Satragni ha infine smentito di aver mai detto
all’indagata di mettersi le scarpe al posto delle
ciabatte o degli zoccoli per poter seguire il figlio ad
Aosta (assolutamente non).
La
conseguenza è certa: l’indagata, dopo essere rientrata
a casa non portava ai piedi gli zoccoli; ne la Satragni
ebbe mai a dirle di andare a cambiarsi, per togliere gli
zoccoli.
Ergo:
gli zoccoli erano stati riposti nel disimpegno del bagno
prima del suo rientro a casa.
La
Franzoni ha mentito.
Gli
zoccoli sono stati indossati dall’indagata durante
l’esecuzione dell’omicidio e si sono imbrattati degli
schizzi derivanti dalla violenza dei colpi portati alla
testa del piccolo Samuele.
Già
la natura delle tracce ematiche riscontrate, ritrovate non
solo sulla suola ma anche sulla tomaia all’interno del
plantare, è maggiormente compatibile con l’ipotesi
dello schizzo e non dell’imbrattamento.
La
stessa indagata ci dice che dopo aver messo nella camera
da letto Samuele (rectius: dopo averlo ucciso) era andata
al piano superiore togliendosi le ciabatte(ossia gli
zoccoli in questione).
A
conferma di questa ipotesi anche il fatto che la Franzoni
abbia mentito sulla circostanza con chiaro intento di
vanificare la portata di un gravissimo elemento oggettivo
di riscontro della propria responsabilità.
Infine
anche la posizione di quiete degli zoccoli è
significativa: essi sono stati trovati l’uno parallelo
all’altro in modo del tutto ordinato, significativo che
la persona che se li tolse ciò fece senza alcuna
concitazione.
Ed
allora o si ipotizza che questo fantomatico terzo
sconosciuto sia entrato nell’abitazione con le proprie
calzature, abbia cercato gli zoccoli della Franzoni, li
abbia calzati e sia poi ritornato con tutta la calma, dopo
l’omicidio al piano superiore riponendoli senza alcuna
concitazione, ovvero si deve ipotizzare che gli zoccoli
siano stati indossati dalla Franzoni durante l’omicidio.
Cosa
che in effetti, per quanto sovraesposto, è avvenuto.
9.3
LA VERIFICA DEGLI ALIBI DI ALCUNE PERSONE GENERICAMENTE
SOSPETTATE
Si
consideri inoltre che per quanto riguarda la posizioni
degli altri famigliari, di alcuni vicini e di altre
persone che per vari motivi avrebbero, seppure con
possibilità remota se non addirittura infinitesimale,
potuto commettere l’omicidio, sono stati compiuti
articolati accertamenti, anche per mezzo di
intercettazioni telefoniche- ambientali al fine di
accertarne l’eventuale coinvolgimento nei fatti nei
quali si procede.
Il
marito dell’indagata intorno alle ore 08.15/ 8.20 si
trovava in Aosta presso il negozio Electric Center e
dunque, per ragioni di ordine temporale, non si trovava
sulla scienza del delitto al momento dei fatti.
Anche
il piccolo Davide al momento dei fatti non si trovava
all’interno dell’abitazione.
Dopo
le ore 08.18 egli era diretto con la madre presso la
fermata dell’autobus.
Tra
le ore 8 e le ore 8.16 egli si trovava all’esterno
dell’abitazione per giocare con la bicicletta.
Maggiore
interesse ha suscitato la posizione di Daniela Ferrob e
dei coniugi Perratone, essendo stati accertati alcuni
screzi con l’indagata e con la sua famiglia.
Tuttavia
gli accertamenti eseguiti su questo punto, anche per mezzo
delle intercettazioni, non hanno consentito di pervenire
ad alcun risultato utile.
In
ogni caso sia consentito riportare per esteso
l’annotazione della Compagnia Carabinieri d’Aosta in
data 6/3/2002, relativa all’analisi degli alibi dei
singoli personaggi.
I
dati forniti dalle società di telefonia indicano che sia
alle ore 08:31:05 quando viene contattato dalla ditta RONC
sia alle ore 08:32:02 quando chiama l’utenza della
moglie, Lorenzi Stefano aggancia con il proprio cellulare
il ponte ripetitore ubicato nel Comune di Charvensod AO
via della chiesa 37, settore 1, ponte ripetitore che copre
la città di Aosta, ove quindi il Lorenzi stesso si trova.
Il
4 febbraio 2002, Guichardaz Carlo e la moglie Ferrod
Daniela sono stati contemporaneamente a sommarie
informazioni presso la stazione Carabinieri di St. Pierre
AO e, come si rileva dai relativi verbali, l’escussione
dell’uomo ha avuto inizio alle ore 19:50 ed è terminata
alle ore 21:30.
Al
termine il Guichadaz e la mogli: hanno colloquiato da soli
all’interno della sala d’aspetto della stazione
Carabinieri di St. Pierre ove è attivo un servizio di
intercettazione di comunicazioni tra presenti regolarmente
autorizzate, dal quale si sono comunque rilevate solo
reazioni normali relativamente alle attività di indagine
cui i predetti avevano partecipato; hanno lasciato la
caserma a bordo della loro autovettura pure sulla quale
era attivo un servizio di intercettazione di comunicazioni
tra presenti regolarmente autorizzato che ha egualmente
dato esito negativo.
Il
4 febbraio 2002, Ferrod Daniela ed il marito Guichardaz
Carlo sono stati contemporaneamente escussi a sommarie
informazioni presso la stazione del Carabinieri di St.
Pierre 8AO) e, come si rileva dai relativi verbali,
l’escussione della donna si è protratta per oltre tre
ore.
Al
termine la Ferrod ed il marito: hanno colloquiato da soli
all’interno della sala d’aspetto della Stazione
Carabinieri di St. Pierre ove era attivo un servizio di
intercettazione di comunicazioni tra presenti regolarmente
autorizzato, dal quale si sono comunque rilevate solo
reazioni normali relativamente alle attività di indagine
cui i predetti avevano partecipato;
un
servizio di intercettazione di comunicazioni tra presenti
regolarmente autorizzato che ha egualmente dato esito
negativo.
Le
dichiarazioni rese in tempi successivi da Guichardaz
Ottino sono, nelle escussioni succedutesi, man mano più
dettagliate in relazione alla maggior precisione nei
particolari richiestagli dai verbalizzanti e, pur nella
lieve diversità degli orari dallo stesso indicati, le
dichiarazioni medesime risultano coerenti sia tra di esse
stesse sia con quanto riferito da Guichardaz Ulisse.
Il
5 febbraio 2002 Blanc Graziana ed il marito Perratone
Carlo sono stati temporaneamente escussi a sommarie
informazioni presso la Stazione dei Carabinieri di St.
Pierre (AO) e, come si rileva dai relativi verbali,
l’escussione della donna si è avvenuta dalle ore 9.50
alle ore 19.
Al
termine e durate alcune pause nell’escussione la Blanc
ed il marito: hanno colloquiato da soli all’interno
della sala d’aspetto della Stazione dei Carabinieri di
St. Pierre ove era attivo un servizio di intercettazione
di comunicazioni tra presenti regolarmente autorizzato,
dal quale si sono comunque rilevate solo reazioni normali
relativamente alle attività di indagine cui i predetti
avevano partecipato; hanno lasciato la caserma a bordo
della loro autovettura pure sulla quale era attivo un
servizio di intercettazione di comunicazioni tra presenti
regolarmente autorizzato che ha egualmente dato esito
negativo.
Dunque,
allo stato degli atti, non risultano concreti elementi che
possano dimostrare il coinvolgimento di tali persone ne9i
fatti, così come prospettato dal PM nella sua richiesta.
Deve
darsi atto che nelle more del disposto della richiesta di
misura cautelare sono state depositate, a più riprese,
alcune integrazioni, relative a sommarie informazioni
acquisite proprio in merito alla eventuale commissione del
reato da parte di Blanc Graziana, Perratone Carlo,
Guichardaz Ulisse e Ferrod Daniela. Si tratta delle
spontanee dichiarazioni rese ai Carabinieri della Stazione
di Cogne in data 11/3/2002 da Paola Croci e il giorno
12/3/2002 da Alberto Enrietti.
Due
brevi osservazioni, la portata di tali dichiarazioni non
pare in grado di inficiare la ricostruzione dei fatti
compiuta nei paragrafi precedenti.
Le
ipotesi alternative, allo stato degli atti, non trovano
alcun riscontro.
Vengono
infatti prospettati degli ipotetici moventi, che avrebbero
potuto determinare e giustificare la commissione del
reato.
Tuttavia,
non vengono allegati concreti elementi di fatto,
suscettibili di verifica e di riscontro.
La
portata di tali dichiarazioni è vagamente calunniatoria,
anche in considerazione del fatto che la Croci intrattiene
contatti telefonici con la famiglia dell’indagata,
contatti nei quali si parla esplicitamente delle
dichiarazioni rese ai Carabinieri Dalla Croci.
10.
L’ATTRIBUZIONE DELLA RESPONSABILITA’
Abbiamo
dunque escluso che l’omicidio potesse essere
ragionevolmente consumato da una persona diversa
dall’indagata, per quanto è stato esposto nei paragrafi
che precedono.
L’omicidio,
infatti non può che essere stato commesso da Annamaria
Franzoni.
Solo
questa ipotesi è in grado di soddisfare tutte le
condizioni descritte nel paragrafo 8.
La
porta d’ingresso è chiusa a chiave, e le chiavi le ha
la Franzoni.
La
Franzoni si trova certamente da sola con la vittima
all’interno della camera da letto e dispone altresì di
un congruo lasso di tempo per ripulirsi, anche se qualche
traccia la lascia sul pigiama e sulle ciabatte, e per fare
sparire l’arma del delitto con l’eventuale
collaborazione di una o più persone in questo momento
ancora non individuate.
All0’interno
dell’abitazione si trovano sicuramente numerosi oggetti
domestici che ben possono essere impiegati per la
commissione del reato.
Solo
la Franzoni poteva sapere dove si trovava la casacca del
pigiama e solo la Franzoni ha indossato gli zoccoli
schizzati di sangue.
Se
si ipotizza che sia la Franzoni l’omicida allora non è
più necessario postulare l’esistenza di un inspiegabile
quanto feroce delitto eseguito in un brevissimo lasso di
tempo, con una m4eticolosa ed accurata preparazione, con
una elevatissima probabilità di esser4e notati e/o
scoperti dai vicini nel corso dell’esecuzione del reato.
L’ipotesi
invero spiega tutti i fatti noti.
Le
ipotesi alternative invece postulano spiegazioni quasi
fantascientifiche e tratteggerebbero un profilo criminale
appartenente ad una persona particolarmente abile e
versata nella consumazione di questo tipo di reati.
Già
la posizione del bambino nel letto e l’esistenza di una
ferita da difesa sulla sola mano sinistra della vittima
indicano che Samuele, pur essendo svegli e dunque in
condizioni di vedere il suo assassino, non si era
minimamente preoccupato della presenza della persona
entrata nella camera da letto per ucciderlo.
Anche
questa circostanza si può spiegare solo ipotizzando che
l’assassino sia proprio la madre.
Le
versioni fornite dalla Franzoni nel corso del
procedimento, dirette a sviare da se i sospetti, sono
palesemente contraddette dalle dichiarazioni rese dalle
altre persone che entrarono nella camera da letto.
Ciò
si è verificato in riferimento ad importanti circostanze
di fatto e non ad elementi secondari o non essenziali.
Attesa
l’estrema importanza per la ricostruzione dei fatti,
pare opportuno riportare per esteso le varie dichiarazioni
rese dall’indagata.
In
un primo momento la Franzoni dichiara che: terminata la
colazione sono scesa giù nelle camere per prendere i
vestiti in modo tale da non svegliare Samuele che stava
dormendo.
Sono
risalita ho vestito Davide e mi sono preparata dopo di che
stavo per mettere le scarpe quando ho sentito Samuele
piangere.
Ha
poi precisato: mentre Davide faceva colazione io sono
scesa di sotto a vestirmi, mi sono tolta il pigiama in
camera e l’ho buttato sul letto, ho preso in bagno la
canottiera e poi sono risalita di sopra (…) sono uscita
con le scarpe appena messe e da allacciare, ho lasciato le
ciabatte nella zona antistante il bagno, vicino alla porta
d’ingresso.
Questa
seconda versione è stata poi reiterata: l’ho lasciato
comunque a mangiare (il figlio Davide ndr) mentre io sono
scesa a vestirmi.
Mi
sono cambiata nella mia camera da letto, lasciando il
pigiama come tutte le mattine sul letto, poi sono andata
in camera di Davide a prendere i suoi vestiti (…) sono
risalita in cucina dove Davide stava ancora facendo
colazione, dopo l’ho vestito (…) mentre stavamo
uscendo ho sentito Samuele piangere e chiamarmi.
A
quel punto Davide è uscito e io sono scesa giù da
Samuele che era sulle scale, l’ho portato nel mio letto
dicendogli di stare tranquillo (…) ho preso la giacca e
messo le scarpe e facendo molto piano ho aperto la porta,
non chiudendola a chiave nell’uscire per paura di far
rumore.
Con
particolare riferimento all’abbigliamento indossato
quella mattina dalla Franzoni, di particolare rilievo in
questa vicenda, l’indagata ha dichiarato: quando sono
rientrata in casa,. Di ritorno dall’accompagnare Davide,
ho subito tolto le scarpe ho messo le ciabatte e sono
andata giù a vedere Samuele (…) quando ero in attesa
del soccorso, su indicazione di Ada sono nuovamente salita
di sopra a prendere le scarpe, la giacca, le ho infiliate
ho lasciato le ciabatte al piano vicino l’ingresso e
sono scesa.
La
Franzoni poi ha dichiarato: nel momento in cui sono
rientrata in casa dopo aver accompagnato Davide alla
fermata dello scuola bus, ho chiuso la porta d’ingresso
a chiave dall’interno (..) dopo di chè mi sono messa le
ciabatte, mi sono tolta la giacca e sono scesa sotto in
camera trovando Samuele.
Voglio
altresì riferire che quando Ada mi ha detto di prepararmi
perché dovevo andare con Samuele, sono salita sopra, mi
sono messa le scarpe, ho preso la mia giacca nera e lo
zaino che si trovava sul basamento in pietra del camino e
sono nuovamente scesa sotto.
LA
VERSIONE DEI FATTI COMPLESSIVAMENTE NARRATA DALLA FRANZONI,
COME GIA DETTO, PARE SMENTITA, SIA DA CONTRADDITTORIETA
INTRINSECHE, SIA DALLA CONTRADDIZIONE CON LE DICHIARAZIONI
RESE DA ALTRE PERSONE INFORMATE SUI FATTI.
La
Satragni, su questo punto, ha chiaramente smentito la
versione dei fatti prospettata dalla Franzoni.
Per
un verso ha dichiarato che al suo arrivo nella casa dei
Lorenzi, la Franzoni era tutta vestita di nero: ho il
ricordo della signora Annamaria tutta vestita di colore
nero (sic): neri i capelli, nera la maglia, neri i
pantaloni e neri gli stivaletti.
Ed
ancora: quando, richiesto il mio intervento, sono arrivata
nella camera di Annamaria l’ho trovata vestita di colore
nero: maglia nera, pantaloni e stivaletti neri.
Sono
sicura di non averle mai detto di andare a prepararsi.
Ha
poi escluso che la Franzoni indossasse un paio di zoccoli,
avendo ai piedi i già riferiti stivaletti neri.
Peraltro
la circostanza risulta anche dalle dichiarazioni della
Ferrod che ha confermato che l’indagata, al momento del
suo arrivo indossava un paio di pantaloni scuri e ha
dichiarato che pur non ricordando ne il colore ne il tipo
delle scarpe, avrebbe chiaramente notato una calzatura di
colore chiaro o addirittura bianco per il contrasto con il
colore dei pantaloni.
In
una successiva deposizione della Ferrod ha poi precisato
di ricordarsi che la Franzoni era vestita con pantaloni
scuri e con maglia scura senza giubbotto o giacca a vento:
ai piedi calzava delle scarpe scure, non credo fossero
ciabatte.
Anche
in merito a ciò che la Franzoni ha mentito avendo
dichiarato: quando sono entrata in casa (di ritorno dalla
fermata dell’autobus, ndr) ho tolto le scarpe e la
giacca dopo di che sempre in fretta sono scesa da Samuele.
Anche
Marco Savin, intervenuto sulla scena del delitto insieme
alla Satragni, ha confermato che la Franzoni era vestita
di scuro: credo che indossasse anche dei stivaletti scuri,
posso dire di non aver visto nessuno cambiamento rispetto
a quando mi trovavo poco prima sul terrazzo di casa di mia
nuora nel momento in cui io guardavo mia nipote, mentre
Franzoni accompagnava suo figlio allo scuolabus.
Anche
l’autista dello scuolabus, Dino Vidi, ha confermato che:
la signora Annamaria era vestita con una giacca che se non
erro aveva del pellicciotto al cappuccio o al collo.
La
giacca era di colore scuro, non so dirvi esattamente
quale.
Mi
sembra che anche i pantaloni della donna, perché
sicuramente aveva i pantaloni, erano di colore scuro, non
so dirvi esattamente quale.
La
Satragni ha infine smentito di aver mai detto
all’indagata di mettersi le scarpe al posto delle
ciabatte o degli zoccoli per poter seguire il figlio ad
Aosta (assolutamente no).
Ma
la versione dei fatti fornita dalla Franzoni risulta
smentita dalla Satragni anche in merito ad un’altra
circostanza determinante: durante il mio intervento
all’interno dell’abitazione dei Lorenzi, precisamente
nella camera da letto matrimoniale sita al piano terreno
(…) faccio presente di non aver manipolato e toccato
alcun pigiama all’interno della camera, ne appartenente
alla madre Franzoni Annamaria, ne appartenente al padre
Lorenzi Stefano.
Non
solo: sono altresì sicura che all’interno della casa,
in particolare nella stanza dove si trovava Lorenzi
Samuele, non era alcun pigiama a me visibile.
Ricordiamo
che la Franzoni aveva precisato: quando ho scoperto il
piccolo Samuele nelle condizioni che vi ho detto ho tirato
giù il piumone (…) non ricordo di avere visto il mio
pigiama quando ho tirato giù il piumone.
Penso
che avendolo tolto al mattino, sia rimasto sotto le
lenzuola quando le ho tirate su per coprire Samuele prima
di uscire.
Infine,
ma non da ultimo, il piccolo Davide ha dichiarato di non
essere mai stato cambiato dalla mamma in sala, ma di
essere sempre stato cambiato nella propria camera da
letto, al piano seminterrato.
Ciò
è avvenuto anche il giorno dell’omicidio.
A
questo punto si può affermare che l’indagata ha mentito
in ordine alla seguenti circostanze di fatto: la porta di
casa al mattino era chiusa; la Franzoni quando arrivarono
Ferrod e Satragni non indossava le ciabatte, ma gli
stivaletti neri; la Satragni non disse mai alla Franzoni
di andare sopra per togliersi le ciabatte e mettersi le
scarpe; il pigiama non si trovava sopra il letto, ma sotto
le coperte; Davide non è stato cambiato nella sala ma
nella camera da letto; last, but non least, dalle tracce
ematiche presenti sugli zoccoli si evince che la Franzoni
li calzasse nell’esecuzione dell’omicidio; è
ragionevole inoltre ritenere che dalle tracce ematiche
presenti sul pigiama si possa inferire che la Franzoni
indossasse la casacca durante l’esecuzione
dell’omicidio.
Anche
perché, sia per la casacca che per gli zoccoli, era solo
la Franzoni a sapere dove queste cose si trovavano.
Si
tratta ora di fornire un significato anche a queste
menzogne.
La
spiegazione più ragionevole è proprio quella sostenuta
dall’accusa.
In
controluce emerge quello che è effettivamente successo
quel giorno.
Verosimilmente,
dopo aver cambiato Davide ed averlo portato a fare
colazione in sala, ma prima di cambiarsi, la Franzoni
richiamata dal pianto del piccolo Samuele scende le scale
e lo porta nel proprio letto: li lo uccide.
Poi
si pulisce, si cambia, lasciando il pigiama dove poi è
stato trovato.
In
altre parole, questa può ritenersi la confessione
dell’omicidio: mentre stavamo uscendo ho sentito Samuele
piangere e chiamarmi.
A
quel punto Davide è uscito e io sono scesa giù da
Samuele che era sulle scale, l’ho portato nel mio letto
dicendogli di stare tranquillo (…) ho preso la giacca e
messo le scarpe e facendo molto piano ho aperto la porta,
non ,chiudendola a chiave nell’uscire per paura di fare
rumore.
Evidente
che per un meccanismo di emozione non sia stato riferito
anche il gesto omicida.
Solo
negando le predette circostanze di fatto l’indagata può
evitare di essere scoperta, perché esse inchiodano
l’autore del reato alla sua responsabilità.
L’assassino
indossava il pigiama e le ciabatte.
La
Franzoni indossava il pigiama e le ciabatte.
La
Franzoni è l’assassino.
11.
LA VALUTAZIONE DEGLI ELEMENTI A FAVORE DELL’INDAGATA
Prima
facie parrebbero sussistere alcuni elementi di fatto
favorevoli all’indagata, i quali potrebbero dimostrare
l’estraneità ai fatti.
Quanto
all’alibi ed alla consulenza tecnica della difesa
relativa alle tracce ematiche, valgono le considerazioni
sopra esposte.
Restano
da valutare il comportamento tenuto dalla Franzoni dopo la
commissione dell’omicidio ed il fatto che l’indagata,
sia nel corso dei numerosi interrogatori ai quali è stata
sottoposta, sia nelle conversazioni telefoniche e
ambientali intercettate, non abbia mai ammesso, anche in
forma larvata, le proprie responsabilità.
Quanto
agli interrogatori occorre rilevare come la Franzoni,
seppur con la più totale buona fede degli investigatori,
non sia mai stata seriamente messa di fronte alle proprie
responsabilità.
Essa,
almeno nei momenti iniziali, ha trovato un sicuro conforto
nell’appoggio, del tutto involontario ed inconsapevole,
fornitole la Maresciallo Catalfamo.
Ed
infatti, come risulta dal verbale di accertamenti urgenti
in data 1/3/2002, Catalfamo e la Franzoni si
intrattenevano a parlare nella stessa mattinata
dell’omicidio.
Evidente
l’importanza che avrebbe potuto anche le sole mezze
frasi dette dall’indagata in un momento così delicato.
Eppure
in marito a tale colloquio non è mai stata eseguita
alcuna annotazione di servizio, fosse anche solo per dire:
nulla di rilevante.
Poi,
dopo questo primo colloquio, il Catalfamo accompagna da
solo la Franzoni presso la Stazione Carabinieri di Cogne.
Che
cosa si siano detti in quel frangente non è dato sapere.
Alle
19.00 del giorno dell’omicidio, quando ormai è certo
che si può parlare di omicidio e vi sono già alcuni
elementi che potrebbero radicare dei sospetti nei
confronti della Franzoni, il Maggiore Fruttini ed il
Catalfamo sento a s.i.t. la Franzoni facendole due
domande, che riportiamo per esteso: quando stamattina
facendo rientro in casa dopo aver accompagnato suo figlio
Davide alla fermata dello scuolabus ha trovato suo figlio
Samuele ferito, ha poi notato se dalla sua camera mancava
qualche oggetto?
Vi
sono stati episodi particolari che ricorda successi nel
tempo in cui erano coinvolti i suoi figli o lei?
Si
tratta di domande del tutto tranquillizzanti.
La
sera del 30/1/2002 la Franzoni viene nuovamente sentita,
di nuovo è presente Catalfamo.
È
evidente che nei primi delicatissimi momenti
dell’inchiesta la Franzoni si sia potuta sentire
tranquilla per la presenza del Catalfamo, del tutto
inconsapevole della sua reale funzione.
Per
quanto riguarda il comportamento tenuto dopo il fatto,
apparentemente riconducibile a quello di una madre
sconvolta dalla perdita del figlio, si rileva come questo
comportamento non sia poi così normale.
Già
la Ferrod ci ha riferito che la Franzoni quando scoprì il
cadavere se ne stava con la mani lungo i fianchi. Sembra
proprio strano che non abbia cercato un ultimo e disperato
contatto fisico con il figlio brutalmente ucciso da terzi.
Sembra
poi strano che la Franzoni abbia chiamato il proprio
marito non direttamente, per mezzo della segreteria, come
se avesse qualcosa da nascondergli.
Tra
l’altro nel corso delle telefonata ripete due volte
l’espressione: Samuele è morto quando invece qualsiasi
madre si sarebbe guardata dall’affermarlo, sperando,
anche contro i fatti, nella sopravvivenza del figlio.
Deve
inoltre considerarsi l’agghiacciante richiesta che la
Franzoni fece la stessa mattinata dell’omicidio, al
marito appena arrivato sul luogo del delitto: ne facciamo
un altro figlio? Mia aiuti a farne un altro? È appena il
caso di rilevare che il povero Samuele, con il cranio
fracassato, era appena stato portato via con
l’elicottero ed il padre non aveva ancora finito di
piangerlo.
Anche
dalle intercettazioni ambientali eseguite risultano alcune
dichiarazioni della Franzoni che lasciano qualche
perplessità.
Il
giorno 31/1/2002 all’interno della Stazione CC di St.
Pierre essa risponde al militare Caddeo, che le chiede se
è vero che durante la notte era stata male: inc…si, ero
già nervosa…inc…dentro di me avevo capito; e poi:
Caddeo: so che è dura da accettare signora… però
purtroppo è… quando succedono disgrazie.. perché sono
disgrazie… del genere, purtroppo non si può lasciare.
Franzoni:
lo so, ma purtroppo ci sono anche delle madri che
ammazzano i figli , ce n’è…
Sempre
all’interno della stazione Carabinieri di St. Pierre, si
riporta questo dialogo tra l’indagata ed il Vice-
brigadiere Giannini: Franzobni: lo spero che sia stato
ucciso, stia tranquillo… Giannini: non ho capito…
Franzoni:
lo spero che sia stato ucciso
Giannini:
perche?
Franzoni
perché no.. cioè… cercando anch’io un perché
Gainnini:
cerco di capire che cosa mi sta dicendo perché? Franzoni:
perché è una cosa atroce… io spero che sia vero, una
cosa… inc… un problema perchè io mi sento sola…
pensavo ed ero convinta che gli sia esplosa la testa…inc…anche
se…inc… però lo accetterei …non che qualcuno lo ha
ucciso.
Certo
questi elementi non sono sufficienti a costituire indizi
di responsabilità.
Dimostrano
però che il comportamento dell’indagata dopo la
scoperta dell’omicidio non è stato così normale come
si potrebbe pensare.
Anche
la comprensione psicodinamica del caso in esame, consente
di fornire una ragionevole spiegazione al comportamento
tenuto dall’indagata post factum: tale comportamento
sembra infatti possedere tutti i requisiti tipici del
fenomeno dissociativo.
Come
è noto, la funzione primaria della dissociazione, in
termini generali, è quella di funzionare come risposta
protettiva, come difesa rispetto ad un trauma
paralizzante.
Essa
ha natura adattiva, perché consente una via di fuga da
una situazione di realtà terrificante, fornendo un modo
per isolare una esperienza vissuta come catastrofica del
soggetto.
Si
tratta di un meccanismo mentale ben conosciuto dalla
psichiatria contemporanea che consente al soggetto di
compartimentalizzare l’esperienza traumatica vissuta,
bandendolo dalla consapevolezza, non essendo più
accessibile alla coscienza è come se il trauma non fosse
mai accaduto.
La
comprensione psicodinamica parte proprio da questa
considerazione: i ricordi del se traumatizzato devono
essere dissociati perché non possono coesistere con il se
della vita quotidiana che appare in possesso di pieno
controllo.
Più
in particolare, la letteratura sull’argomento distingue
tra rimozione e dissociazione, ricollegando solo la
seconda al verificarsi di un trauma.
Nell’ambito
di quest’ultima categoria sono state studiate da tempo
sia l’amnesia dissociativa, sia la fuga dissociativa.
Il
caso di specie sembra rientrare nell’ambito
dell’amnesia dissociativa ossia quel disturbo che
prevede uno o più episodi di incapacità a rievocare un
importante trauma personale.
Pare
appena il caso di rilevare come l’omicidio del proprio
figlio, compiuto in un contesto ambientale nel quale tutte
le persone ha ritratto la famiglia Lorenzi come la
famiglia felice, possa portare, se non dissociato, ad una
totale disgregazione del se.
Esso,
pertanto, deve essere allontanato dalla coscienza e dalla
memoria, rendendo così possibile la prosecuzione della
vita.
Sembra
ragionevole affermare che l’indagata ben avrebbe potuto
commettere il delitto senza ricordarselo e saperlo in
questo momento.
Del
resto alcune tracce del trauma dissociato emergono proprio
dai brani delle conversazioni ambientali sopra riportati.
Infine,
dalle intercettazioni telefoniche poi non può aspettarsi
nulla di rilevante.
Infatti
dalla intercettazione ambientale eseguita il giorno
3/2/2002, si apprende come Stefano Lorenzi dica alla
moglie di non usare il telefono cellulare perché pensa
che possa essere intercettato
12.
IL MOVENTE E L’ARMA DEL DELITTO
Come
abbiamo già affermato nel paragrafo 1 della presente
ordinanze, l’impianto accusatorio, seppur ampiamente
confermato da tutti gli elementi di fatto sopra esposti,
sconta due lacune: manca l’arma del delitto, anche se il
consulente tecnico del PM ce ne ha descritto le
caratteristiche; manca il movente.
Quanto
all’arma del delitto è già stato dimostrato nel
paragrafo 3.2 che l’indagata ha avuto a disposizione più
di un congruo lasso di tempo per farla sparire.
Sembra
verosimile ritenere che essa sia stata aiutata, in questa
azione, da una o più persone al momento non
identificabili.
L’esecuzione
dell’omicidio sembra invece di mano propria della sola
Franzoni, almeno per quanto risulta in questo momento,.
Il
movente.
Giova
rilevare che secondo il consolidato orientamento della
giurisprudenza di legittimità: l’individuazione di un
adeguato movente dell’azione omicida perde qaulsiasi
rilevanza, ai fini dell’affermazione della responsabilità,
allorchè vi sia comunque la prova della attribuibilità
di detta azione all’imputato.
Nella
specie il complesso materiale indiziario esistente a
carico dell’indagata è da se solo sufficiente ad
integrare i gravi indizi di colpevolezza richiesti
dall’art. 273 c.p.p..
Allo
stato degli atti non vi sono elementi sufficienti per
affermare che si versi in ipotesi di un motivo razionale
ovvero di un motivo del tutto irrazionale.
Il
PM nella sua richiesta, richiama l’episodio intervenuti
nella notte del 30/1/2002, che insieme alle altre
circostanze desumibili dalla vita dell’indagata, dalle
sue motivazioni e dalle sue aspirazioni, potrebbero
spiegare la ragione del gesto criminale.
Sembra
ragionevole ipotizzare che in una situazione di forte
stress, già aggravato dalle precedenti condizioni di
salute dell’indagata, la Franzoni abbia deciso di
uccidere Samuele perché pensava che la vittima avesse
qualcosa che non andava, che frustrava il suo desiderio di
mamma di vedere il figlio crescere in condizioni normali.
Oppure
più semplicemente, si può pesare che la Franzoni abbia
soppresso la vittima perché quel mattino, dove lei già
era irritata, Samuele le dava fastidio, essendosi messo a
piangere sulle scale proprio mentre lei si preparava per
uscire.
In
ogni caso si tratta solo di illazioni, che al momento non
trovano alcun riscontro nei fatti.
Peraltro,
come sopra già osservato, in questo caso non è
necessario accertare il movente.
13.
IMPUTABILITA E QUALIFICAZIONE GIURIDICA DEL FATTO.
Per
quanto sopra esposto, l’omicidio commesso dalla Franzoni,
seppure in questo momento privo di una spiegazione
razionale non sembra comunque il gesto pazzo, quantomeno
nell’accezione che ha questo termine per gli artt. 88 e
89 c.p..
Non
vi sono, almeno in questo momento , elementi di fatto dai
quali possa evincersi una qualche psicosi o comunque una
qualche ,malattia mentale tale da escludere o scemare
grandemente la capacità di intendere e di volere
dell’indagata al momento del fatto.
Probabilmente,
come è stato dimostrato nel paragrafo 11, dopo la
commissione del fatto si è verificata una amnesia
dissociativa.
Non
è dato sapere se questo disturbo sia stato determinato
unicamente dal trauma ovvero se esso sia la manifestazione
di un più ampio disturbo della personalità che già
minava la salute mentale della Franzoni prima del fatto.
Del
resto, nel caso dei soggetti che abbiano raggiunto la
maggiore età, la capacità di intendere e di volere,
secondo l’id quod plerumque accidit, è da ritenersi
presunta; salvo che sussistano specifici e concreti
elementi atti a far ragionevolmente ritenere che, nella
singola fattispecie, detta presunzione possa essere
superata da risultanze di senso contrario.
Ne
la mancanza di un movente accertato o adeguato la brutalità
dell’omicidio possono fare inferire, da se sole e
considerate, l’esistenza di un vizio di mente.
Infatti,
la sussistenza dei presupposti richiesti da gli artt 88 e
89 c.p.: non è automaticamente riconoscibile per il solo
fatto che il delitto sia caratterizzato da particolare
efferatezza e brutalità, ovvero sia riconducibile ad una
causale che appaia inadeguata.
Piuttosto,
anche sulla base delle condizioni sopra esposte, il fatto
sembra essere stato determinato da uno stato emotivo o
passionale, che non esclude in alcun modo l’imputabilità.
La
qualificazione giuridica dei fatti prospettata dal PM
appare corretta.
L’animus
necandi può essere facilmente desunto dal numero e dalla
gravità delle ferite riportate dal piccolo Samuele.
Sembra
potersi escludere la configurazione dell’omicidio
preterintenzionale per tre ordini di considerazione.
In
primo luogo per la zona attinta dai colpi (encefalo).
In
secondo luogo per la reiterazione dei colpi e per
l’oggetto impiegato per produrli (dotato di spigoli e
quindi avente una sicura potenzialità lesiva).
Infine
per l’esistenza della ferita da difesa sulla mano del
bambino che dimostra, con evidenza, che l’aggressore
aveva proprio l’intenzione di sopprimere la vittima.
Non
risulta che il fatto sua stato compiuto in presenza di una
causa di giustificazione o di non punibilità.
Nemmeno
risulta che sussista una causa di estinzione del reato o
della pena irrogabile.-
Sono
stati valutati gli elementi forniti dalla difesa e sono
state valutate tutte le circostanze comunque in astratto
favorevoli all’indagata.
14.
LE ESIGENZE CAUTELARI E LA SCELTA DELLA MISURA.
Il
PM, quanto al Periculum libertatis prospetta la
sussistenza delle esigenze cautelari di cui all’art. 274
lett. b) e c) c.p.p..
In
effetti, tenuto conto di tutti gli argomenti che di
seguito saranno esposti, sembra sussistere il concreto
pericolo di fuga ed il concreto pericolo di reiterazione
del reato, in concorso tra loro.
Occorre
intanto rilevare che sono trascorso quarantadue giorni
dalla consumazione dell’omicidio.
In
quanto periodo l’indagata, per quello che emerge dagli
atti, non risulta aver compiuto alcun tentativo di
sottrarsi alla giurisdizione italiana; ne risulta aver
compiuto altri gesti violenti, nei confronti dei suoi
familiari che con lei convivono e, comunque, nei confronti
di altre persone.
In
questa situazione si può ritenere che sussista un
concreto ed attuale periculum libertatis? La risposta è
affermativa.
Un
primo elemento, apparentemente inconferente ma in realtà
già significativo, deriva dalla evidente anomalia che ha
caratterizzato questo procedimento: le indagini
preliminari, per la prima volta nella storia giudiziaria
del nostro paese, sono state integralmente seguite in
diretta dai mezzi di comunicazione di massa, che hanno
provveduto, con dovizia di particolari, a rendere noti al
pubblico i singoli elementi di fatto acquisiti dagli
investigatori, mano a mano che questi venivano raccolti.
In
altre parole, si è cercato una sorta di controllo sociale
improprio, che ha probabilmente inibito le azioni
dell’indagata.
La
famiglia Lorenzi, colpita due volte dall’evento
delittuoso, è stata addirittura costretta ad allontanarsi
dal luogo della residenza, per godere di qualche momento
di tranquillità.
La
pressione esercitata dai ,mass media e dalla opinione
pubblica, si è dunque concretamente manifes6tata come
controllo/ inibizione.
L’argomento,
come già detto, non è risolutivo.
Esso
però serve a concretizzare, nella fattispecie, il
periculum liberatis.
Quanto
all’esigenza cautelare di cui alla lettera b)
dell’art, 274 c.p.p., il concreto pericolo di fuga è
anzitutto desumibile dalla pena in astratto irrogabile per
il reato dall’indagata contestato (la pena massima del
nostro codice: l’ergastolo).
In
questo caso, l’elemento è particolarmente
significativo, atteso che la prospettiva che incombe
sull’indagata, in caso di terminare la propria esistenza
all’interno di una casa penale, salvi i benefici
connessi dalla legge.
Deve
quindi ragionevolmente attendersi che la Franzoni, se
lasciata in libertà nel corso del processo, farebbe tutto
quanto nella sua possibilità per sottrarsi
all’esecuzione della condanna.
Ma
vi sono altri due elementi che rendono concreto ed attuale
questo pericolo.
La
scoperta della sua responsabilità da parte degli altri
familiari, sia la famiglia dell’indagata che quella del
coniuge, potrebbe determinare la recisione di tutti i
legami familiari e parentali della Franzoni; probabilmente
la recisione di qualsiasi rapporto con altre persone.
Anche
in considerazione del fatto che il delitto è stato
brutale e che ha avuto amplissima divulgazione da parte
dei mezzi di comunicazione, è dunque concretamente
probabile che la Franzoni, qualora rimanesse in libertà,
cercherebbe con qualsiasi mezzo di sottrarsi al processo,
anche perché a questo punto avrebbe perso qualsiasi
radicamento sociale, parentale e sul territorio.
Infine,
giova rilavare, che è stato accertato che nel corso del
presente procedimento la Franzoni ha più volte mentito,
cercando di attribuire la responsabilità ad un terzo
ignoto introdottosi nella sua abitazione.
La
condotta tenuta è sintomatica, insieme a tutti gli altri
elementi, di una certa tendenza ostruzionistica rispetto
all’esercizio della giurisdizione penale.
Quanto
all’esigenza cautelare di cui all’art. 274 lett. c)
c.p.p., sussiste il concreto ed attuale pericolo che la
Franzoni, qualora lasciata in libertà nel corso del
processo, possa commettere altri gravi delitti con uso
della violenza personale ovvero della stessa specie di
quello per il quale si procede.
Soccorrono,
in merito, gli elementi indicatori della pericolosità
sociale previsti dall’art. 274 c.p.p. particolarmente
significative.
L’aggressione
è stata consumata all’interno della casa familiare,
approfittando della fiducia della vittima e della
tranquillità del luogo.
L’oggetto
dell’azione omicida è il figlio dell’indagata,
bambino di soli tre anni, del tutto privo di qualsiasi
capacità di reazione e/o difesa nei confronti
dell’aggressore.
Non
è stata impiegata un’arma nel senso classico del
termine; l’omicidio è stato consumato per mezzo di
un’arma impropria, che ben può essere reperita
nuovamente dall’indagata anche nelle occasioni più
banali della vita quotidiana.
La
zona attinta è il capo del bambino, ciò che è
particolarmente significativo della ferma volontà
dell’aggressore di sopprimere la vittima.
Sono
state inferte complessivamente 12- 14 ferite: l’azione
è stata reiterata nonostante lo sfacelo dell’ovoide
cranico.
Tutte
queste circostanze, complessivamente valutate, sono già
indicative della concreta pericolosità sociale
dell’indagata.
Proprio
perché l’omicidio è stato consumato in un tranquillo
ed ordinato contesto familiare, dobbiamo attenderci che
l’indagata non necessiti di condizioni od armi
particolari per reiterare la propria condotta.
A
suo carico anche gli elementi derivanti dal giudizio sulla
personalità.
È
vero che l’indagata è persona incensurata,
apparentemente inserita in un contesto di normali
relazioni con gli altri.
Il
fatto, tuttavia, contribuisce a creare degli squarci su
tale giudizio di normalità.
Intanto
la particolare intensità dell’animus necandi, la volontà
di sopprimere la vittima per un motivo che qualunque esso
sia non può in ogni caso ritenersi adeguato e
proporzionato rispetto all’azione compiuta.
Si
evidenzia, nel migliore dei casi, una totale disfunzione
dei freni inibitori.
Nell’ambito
delle condizioni personali dell’indagata, attualmente
tutte da chiarire, anche l’azione più ierrilevante3 o
banale può determinare una redazione del tutto
sproporzionata, così come è capitato al povero Samuele.
La
Franzoni, come abbiamo visto nel paragrafo 13, è stata
probabilmente vittima di un’irresistibile stato emotivo
o passionale che la ha determinata a commettere il reato.
Ed
in questo senso a nulla rileva il tempo intercorso
trattandosi di processi che non sono controllabili dalla
coscienza.
È
dunque concretamente possibile che nonostante
l’apparente normalità della Franzoni e l’apparente di
controllarsi, l’indagata possa essere determinata per
mezzo di processi che forse nemmeno lei stessa è in grado
di conoscere a nuove azioni violente.
In
questo senso la pendenza del procedimento penale a suo
carico non può che costituire un ulteriore elemento di
stress creando un conflitto tra l’immagine che
l’indagata ha di se stessa e quella che invece risulta
nei suoi processi decisionali inconsci.
Si
aggiunga che prima o poi arriverà il momento in cui la
Franzoni dovrà procedere a rielaborare in modo critico il
fatto compiuto al momento dissociato.
Quando
quel momento avverrà sarà inevitabile il conflitto tra
il se traumatizzato ed il se della vita quotidiana.
Ciò
potrà determinare una ulteriore perdita di controllo
rispetto ai propri freni inibitori.
anche
questo elemento prescinde dal lasso temporale nel
frattempo decorso.
Sussistono
dunque tutti i presupposti per ordinare la misura
cautelare richiesta dal PM.
Allo
stato degli atti la Franzoni non pare trovarsi in una
delle condizioni che inibiscono l’applicazione della
misura cautelare più grave, ex art. 275 comma 4 c.p.p..
Nessuna
possibilità di sospensione condizionale della pena, il
titolo del reato non lo consente.
Quanto
alla scelta della misura da adottare, tenuto conto di
tutti i criteri stabiliti dall’art. 275 c.p.p., sembra
idonea, adeguata e proporzionata la sola misura della
custodia cautelare in carcere.
Ogni
altra misura deve ritenersi inadeguata.
Il
pericolo di fuga e il pericolo di reiterazione del rato,
attese le dinamiche sottostanti, possono essere contenuti
solo con la coercizione.
Le
altre misure, tenuto conto di tutte le circostanze del
caso di specie, non servirebbero a nulla.
15.
CAUTELA
Per
tutti i motivi sopra esposti deve dunque essere ordinata
la custodia cautelare in carcere.
Qualche
considerazione sulle modalità esecutive di questo
provvedimento.
Essa
aspetta ai sensi dell’art. 293 c.p.p., ad altre persone.
Tuttavia
questo giudice, pur non potendolo pretendere, auspica che
la misura venga eseguita senza clamore, lontano dagli
occhi indiscreti di chi non è parte di questo
procedimento.
L’errore
giudiziario è infatti sempre possibile.
Il
complesso indiziario a carico della Franzoni: bisogna però
evitare l’irreparabile.
In
particolare non deve essere consentito esporre
ulteriormente l’indagata la curiosità dell’opinione
pubblica, non essendo la gogna una pena vigente del nostro
ordinamento.
La
Franzoni ha ucciso il figlio.
Ma
forse non può essere ritenuta un’assassina o omicida
nel senso canonico del termine.
Dietro
il reato si intravede una tragedia familiare.
Il
giudizio deve fermarsi alla rilevanza penale dei fatti.
Si
proceda al piantonamento a vista dell’indagata, senza
privarla dei confronti che questo momento indubbiamente
grave per lei possano comunque alleviarne la pena.
PQM
Visti
gli artt. 285, 292 c.p.p.
DISPONE
La
custodia cautelare in carcere a carico di Franzoni
Annamaria, nata a San Benedetto Val di Sangro il giorno
23/8/1971 residente in Cogne, AO fraz. Montroz località
Caouz nr 4/a e 4/6;
ORDINA
Agli
ufficiali ed agli agenti di polizia giudiziaria che
Franzoni Annamaria sia catturata ed immediatamente
condotta in un istituto di custodia, per rimanervi a
disposizione dell’autorità giudiziaria.
MANDA
Alla
cancelleria per gli adempimenti previsti dall’art. 92
disp. att. c.p.p.;
DISPONE
Che
l’indagata sia piantonata a vista dal personale
femminile della struttura penitenziaria.
Aosta,
13 marzo 2002