Una cosa è la finzione
un’altra è la realtà. Nei telefilms Perry Mason
non bada a spese per le indagini, giacché difende solo clienti ricchi (così
come,
purtroppo, “costringe” il nostro cosiddetto “Giusto Processo”, posto che
fare indagini difensive costa e non tutti gli indagati possono permetterselo), ma alla
fine vince sempre.
Non solo fa assolvere il suo cliente (che per un avvocato italiano nella
realtà sarebbe già un grosso risultato), ma raddoppia la posta, riuscendo
prima ad incastrare (con attività investigativa difensiva) e poi a svelare
il nome del vero colpevole; che di solito confessa in aula davanti al giudice, sotto
le domande pressanti e la tattica stringente di
Mason.
La tattica di
Mason
è duplice: da una parte, mira a generare nella Giuria il ragionevole dubbio
sulla non colpevolezza del suo assistito; dall’altra, investigando, scova il
vero colpevole e lo svela solo in aula, stando ben lontano dai mass-media
(se non per depistarli o trarne qualche vantaggio per la sua
contro-inchiesta) e “scavando” nella vita di una rosa di probabili “nemici”
del suo assistito, i quali almeno teoricamente avrebbero tutti un interesse
soggettivo a danneggiarlo.
Mason
però accetta incarichi professionali solo se è convinto dell’innocenza del
proprio cliente, non difende i colpevoli (ancor meno i boss mafiosi). Per
tale scrupolosa correttezza e anche per la sua bravura professionale
Mason
è molto stimato dai giudici togati, i quali non respingono mai una sua richiesta
d'acquisire atti o prove e tollerano in aula anche qualche suo puntuale
capriccio; oltre alla puntuale sconfitta del Pubblico ministero, che si
conclude, tra i due, con una rituale stretta di mano. Con rispetto e stima
verso i giudici, amante della verità e della giustizia,
Mason agisce assistito da
una segretaria fedele e da un bravo investigatore privato, che sa fare bene
il proprio mestiere, anche perché, ovviamente, è aiutato dal copione
televisivo.
I RAPPORTI REALI TRA AVVOCATI
E GIUDICI IN ITALIA
In
generale, nella realtà italiana, i rapporti tra giudici e avvocati non sono
“alla Perry Mason”.
Diceva, a riguardo, Piero Calamandrei: “Il giudice, dopo aver ascoltato con
diletto la lunga ed accorata arringa dell’avvocato, disse, dirò
come
di quella rosa, è tanto bella che sembra finta!”. E ancora Calamandrei:
“Quando il giudice ti saluta con reverenza nel corridoio è perché poi in
udienza ti dà torto!”
In particolare, approfondiamo il caso di
Cogne. L’avvocato
Taormina
aveva presentato un esposto
contro i magistrati di Aosta, ipotizzando reati d’abuso d'ufficio e
violazione del segreto istruttorio, ma il Pm
Carnevale non ha riscontrato anomalie nel comportamento dei colleghi di
Aosta. Anna Maria Franzoni ha raddoppiato l’errore dando mandato al suo
legale di denunciare il procuratore capo, dopo un’intervista Tv del
magistrato. Così
come,
Taormina,
ha dichiarato di voler denunciare il colonnello dei Carabinieri Garofolo,
che ha guidato le indagini. Ci sono state anche delle contro-denunce da
parte della Procura nei confronti di
Taormina,
poi, però, saggiamente ritirate.
Purtroppo, però,
questo processo ormai è diventato non solo spettacolare (e un
processo-spettacolo è sempre un ingiusto-processo!) ma, addirittura,
l'attività investigativa difensiva, prevista dal nuovo Giusto-processo,
sembra erroneamente assumere l'aspetto di un tentativo di delegittimazione
dei giudici e degli investigatori dello Stato. Difatti, ammettiamo pure che
Taormina
avesse ragione e che la Polizia (o la GdF) accertasse la sua tesi
come
vera e fondata, quali sarebbero le conseguenze per chi ha
sbagliato tutte le indagini che hanno portato alla condanna a trent’anni
della Franzoni?
Forse, un miglioramento alla legge sul "Giusto processo", in ordine alle indagini
difensive, non sarebbe male effettuarlo su questo punto. E le indagini
difensive di Taormina, in questo senso, sono state da pioneristiche.
QUESTO
DELITTO PONE DUE INSEGNAMENTI
Il
primo principio che il delitto di Cogne insegna è che i giudici vanno
sempre rispettati, anche quando sbagliano. Questo principio pensiamo possa
appartenere al dna dell’avvocato Grosso, di sicuro a
quello di Perry
Mason, ma certamente non
appartiene a tutti gli avvocati o periti o criminologi o investigatori o
cittadini italiani.
Il secondo principio è che il “Giusto-processo” necessita d’essere
perfezionato, mettendo al riparo il cittadino dall’innamoramento della tesi
da parte degli Inquirenti, dovendo garantire sul serio (e non di facciata)
che le indagini sappiano tener conto non solo degli elementi di colpevolezza
(sui quali si possono anche costruire carriere o soddisfare un bisogno psicologico di
coerenza), ma anche di quelli d’innocenza, che riguardano sempre l’indagato.
Dal
nulla al poco, sotto a chi tocca? Ecco un nuovo sospettato
Il quadro criminologico ed
investigativo che oggi se ne ricava è che esiste un nuovo sospettato,
indicato
come
il “vero” colpevole. Non ci sono testimoni né intercettazioni né
confessioni né arma del delitto, ma solo indizi, anche qui. La logica
(illogica) investigativa sembrerebbe questa: se col nulla
(purtroppo!) si è ritenuta colpevole la madre di Samuele, allora forse col
poco si può processare il vicino di casa o chi per lui! Dal nulla
al poco, giacché il poco è meglio del nulla, si sa.
La responsabilità che grava sulla procura di Aosta, allora, è enorme sotto
questo profilo. Dovrebbe dimostrare buon senso e far svolgere le indagini in
modo sereno e distaccato sapendo che la ricerca scientifica investigativa
non offre risultati giusti, certi e assoluti, ma deve solo evitare l'errore
ed allontanarsi il più possibile da esso, che è sempre in agguato.
Altra responsabilità, forse maggiore, ricade sui giudici della Corte
d'Appello, giacché l'esistenza o meno di un nuovo presunto "colpevole" non
sposta affatto il nulla accusatorio su cui la Franzoni è stata
condannata.
Non vorremmo che, gira e rigira, non
riuscendo a dimostrare che il "vero" colpevole sia quello indicato
come
tale dalla difesa di Taormina,
allora si aggravi di più il nulla che ha portato alla condanna a trent'anni
della Franzoni. Non vorremmo che al teorema, tipo "non poteva essere
stata che lei", si sommi questa deduzione illogica: "Non essendo
stato dimostrato che l'assassino poteva essere Tizio, segue la conferma che
non può essere stata che lei!". Sarebbe un doppio errore. La saggezza dei Giudici d'Appello dovremmo trovarla nel
loro saper guardare all'interpretazione dei fatti criminosi, separando la
Franzoni eventualmente anche dall'operato del suo legale, quale esso sia,
trattandosi, comunque, com'è noto, di una difesa legale tecnica ma non sacra.
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