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SETT. '04- Il Settimanale "OGGI"
pubblica sul n° 40 una
sorprendente
intervista-copertina al medico
legale, prof. Francesco Viglino,
il quale, tra le altre cose
(saggiamente) afferma: "Il
medico legale non ha il compito
di indicare l'assassino.
Deve analizzare, interpretare,
capire".
Poi però,
asserisce: "In tutta
la mia carriera professionale
(ho fatto migliaia di autopsie)
in delitti di analoga ferocia
non mi era mai capitato di
vedere le tracce concentrate in
un solo ambiente. Quello dove è
consumato l'omicidio. A questo
proposito i testi della
criminologia anglosassone
sostengono che quando le tracce
dell'azione criminosa sono
presenti solo in un locale,
bisogna ricercare la dinamica
del delitto nell'ambito della
casa e della famiglia. Il
rigore metodologico
ci impone
di pensare che qualcosa sia
avvenuto lì, sul posto, da parte
di qualcuno che lì si trovava.
In parole povere solo un
familiare può preoccuparsi di
pulire e cancellare le tracce
nelle altre stanze e nel bagno.
Un assassino venuto dall'esterno
si preoccupa solo di dileguarsi
al più presto".
Insomma, a ben vedere, il
ragionamento scientifico (ma
anche il comune buon senso) ci
suggerisce che ogni crimine è un
nuovo crimine, ossia un caso a sé. Se si ritenesse
erroneamente di poter ragionare
con rigore "metodologico"
basandosi sulla casistica (o
sulla tradizione) si
sconfinerebbe nella
subcultura dell'approssimazione
(del tipo A+B=C), allora saremmo fuori dalla
metodologia, giacché avendo
studiato un primo crimine tutti
gli altri "identici" o "simili"
sarebbero già risolti a priori.
La metodologia si ridurrebbe: o
ad una ricerca della conferma
del risultato, stabilito dal
ricercatore-perito prima ancora
di svolgere l'indagine (per un
inconscio bisogno di coerenza
psicologica rispetto gli altri casi già
risolti); oppure sarebbe in
preda ai pregiudizi (quelli
propri o quelli sociali) ed al
bisogno psicologico del
contraccambio. Per esempio, pur
agendo in perfetta buona fede, il perito può
sentire il bisogno psicologico di
contraccambiare la "fiducia" verso il giudice che gli ha
conferito l'incarico,
confermando le attese di questi
nella risposta al quesito d'indagine. In
tali casi però rischieremmo che alla
giustizia dei giudici si
sostituirebbe quella dei periti,
e allora per l'uomo della
strada non si capirebbe
quale delle due dovrebbe temere
di più.
Riguardo l'analisi dell'orario
"esatto", in cui la vittima
sarebbe stata colpita,
siamo e rimaniamo nel campo
delle supposizioni; ossia, delle
opinioni che vagheggiano in un
arco di tempo, dove, spostando
le lancette dell'orologio, ora
in avanti ora indietro, si
ottiene la configurazione di un
certo quadro investigativo o di
un altro, a seconda di cosa si
preferisce dire. E' evidente che
la vaghezza non ha nulla di
scientifico (ossia, non si
allontana il più possibile
dall'errore), quindi di per se
stessa -a rigore metodologico
(appunto!) - non sarebbe
nemmeno da suggerire ai giudici. |