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Il processo-spettacolo continua, torna in scena la vaghezza
In edicola parla il primo medico legale:
"Quando Samuele fu colpito la mamma era ancora in casa"
di Saverio Fortunato

29 SETT. '04- Il Settimanale "OGGI" pubblica sul n° 40 una sorprendente intervista-copertina al medico legale, prof. Francesco Viglino, il quale, tra le altre cose (saggiamente) afferma: "Il medico legale non ha il compito di indicare l'assassino. Deve analizzare, interpretare, capire".
Poi però, asserisce: "In tutta la mia carriera professionale (ho fatto migliaia di autopsie) in delitti di analoga ferocia non mi era mai capitato di vedere le tracce concentrate in un solo ambiente. Quello dove è consumato l'omicidio. A questo proposito i testi della criminologia anglosassone sostengono che quando le tracce dell'azione criminosa sono presenti solo in un locale, bisogna ricercare la dinamica del delitto nell'ambito della casa e della famiglia. Il rigore metodologico ci impone di pensare che qualcosa sia avvenuto lì, sul posto, da parte di qualcuno che lì si trovava. In parole povere solo un familiare può preoccuparsi di pulire e cancellare le tracce nelle altre stanze e nel bagno. Un assassino venuto dall'esterno si preoccupa solo di dileguarsi al più presto".
Insomma, a ben vedere, il ragionamento scientifico (ma anche il comune buon senso) ci suggerisce che ogni crimine è un nuovo crimine, ossia un caso a sé. Se si ritenesse erroneamente di poter ragionare con rigore "metodologico" basandosi sulla casistica (o sulla tradizione) si sconfinerebbe nella subcultura dell'approssimazione (del tipo A+B=C), allora saremmo fuori dalla metodologia, giacché avendo studiato un primo crimine tutti gli altri "identici" o "simili" sarebbero già risolti a priori.
La metodologia si ridurrebbe: o ad una ricerca della conferma del risultato, stabilito dal ricercatore-perito prima ancora di svolgere l'indagine (per un inconscio bisogno di coerenza psicologica rispetto gli altri casi già risolti); oppure sarebbe in preda ai pregiudizi (quelli propri o quelli sociali) ed al bisogno psicologico del contraccambio. Per esempio, pur agendo in perfetta buona fede, il perito può sentire il bisogno psicologico di contraccambiare la "fiducia" verso il giudice che gli ha conferito l'incarico, confermando le attese di questi nella risposta al quesito d'indagine. In tali casi però rischieremmo che alla giustizia dei giudici si sostituirebbe quella dei periti, e allora per l'uomo della strada non si capirebbe quale delle due dovrebbe temere di più.
Riguardo l'analisi dell'orario "esatto", in cui la vittima sarebbe stata colpita,  siamo e rimaniamo nel campo delle supposizioni; ossia, delle opinioni che vagheggiano in un arco di tempo, dove, spostando le lancette dell'orologio, ora in avanti ora indietro, si ottiene la configurazione di un certo quadro investigativo o di un altro, a seconda di cosa si preferisce dire. E' evidente che la vaghezza non ha nulla di scientifico (ossia, non si allontana il più possibile dall'errore), quindi di per se stessa -a rigore metodologico  (appunto!) - non sarebbe nemmeno da suggerire ai giudici.


© Criminologiaclinica.it Pubblicato in rete il 29 settembre 2004 h:11,10