|
Gentile Direttore,
sono una ragazza appassionata di criminologia e da inesperta quale sono,
avendo seguito il caso di Cogne dal tragico gennaio 2002 sino a "porta a
porta "di pochi giorni fa, mi pongo parecchie questioni:
-come mai la sig.ra Franzoni definita nella sentenza del luglio 2004 lucida
e fredda assassina sia riuscita a fare sparire nel nulla l'arma del delitto
e non il pigiama e gli zoccoli?
-Come mai non si è trattenuta per più di otto minuti fuori dalla villetta di
Montroz così da costruirsi un alibi valido?
-Come si può condannare a 30 anni una persona annoverando tra gli indizi le
caratteristiche dei luoghi, la porta aperta o chiusa, la freddezza, la
falsificazione delle condizioni del piccolo Samuele?
-Può una persona essere condannata a 30 anni per esclusione?
Si dice inoltre che l'imputata sia bugiarda, ma in tali condizioni emotive
non si può sbagliare riguardo ai particolari (porta chiusa)? Perché la
Franzoni avrebbe dichiarato di aver chiuso la porta se non è vero, quando,
così facendo, avrebbe ulteriormente indirizzato verso di sé i sospetti? |
|
Gentile lettrice,
le domande che pone per quanto elementari siano, quasi ovvie, tuttavia sono
state ignorate (e c'è il rischio che vengano ignorate anche in appello) da
chi avrebbe dovuto porsele già durante le indagini investigative. E'
evidente che se per anni si svolgono indagini sul nulla "scientifico"
alla fine il rischio è una sorta di Catena di Sant'Antonio, che pur di non
buttare a mare il castello accusatorio costruito sulla sabbia, si preferisce
soddisfare un bisogno psicologico di coerenza, esorcizzando l'insicurezza e
(l'inefficienza?) propria. La teoria investigativa che si trasforma in sentenza
a trent'anni per l'uomo della strada, nel caso di Cogne, è smentita dalle
sue elementari osservazioni. Solo che colui il quale è innamorato della
propria tesi, preferisce respingere gli interrogativi che pone (e che mi
pare abbia pure posto, a modo suo, l'avv. Taormina), secondo la logica (in realtà illogica)
inquisitoria: se ci sono le impronte sei stato tu, se non ci sono allora le
hai cancellate. Gira e rigira, sei comunque colpevole.
Tuttavia né le sentenze né le indagini né le opposizioni alla condanna
bisognerebbe basarle sulle interpretazioni delle emozioni o degli stati
d'animo dell'imputato. Non si può fare il processo alle intenzioni, ancor
meno con l'aiuto dei mass-media: fare il capello a quattro sul nulla, ossia
interpretando il perché una persona si vuole truccare o struccare, camminare
sorridendo o piangendo, stare sempre chiusa in casa o sempre fuori, perché
ha detto di aver chiuso la porta se era aperta, ecc. Insomma, di fronte un
bimbo sanguinante e massacrato quale sarebbe la reazione, per la sua mamma, psicologica più logica? Chi può dirlo senza
compiere un abuso? Come non capire che la reazione al dolore è un fattore
soggettivo? Ma se persino la psichiatra, li per lì, ha detto lucciole per
lanterne senza destare sospetti, perché allora 2 pesi e 2 misure? In chiave criminosociologica si può ritenere che, se lo affermano gli telespettatore-consumatori del
processo-spettacolo, allora siamo di fronte alla morbosità di questi
soggetti solitari,
spioni recidivi e cultori della regressione; attenti a
cogliere ogni dettaglio e particolare, per introiettarlo in sé e
poi proiettarlo sull'Altro, come tentativo di esorcizzare le
proprie paure ed insicurezze (se l'Altro è colpevole allora il male è
"lì", fuori da essi); se invece lo affermano dei professionisti (dai quali dipende il futuro dell'uomo della strada e della
sua famiglia), allora credo che siamo di fronte un fenomeno sociale
patologico e, a sua volta, fonte di patologie. Tuttavia sia chiaro, non si
discute qui se Franzoni è innocente, giacché l'innocenza si presume e non va
dimostrata, ci si limita a ribadire che la prova della colpevolezza (oltre
ogni ragionevole dubbio) non "prova"! |